Le Bal. Sala Umberto, 14 ottobre 2016.

Al Sala Umberto fino al 23 ottobre 2016.

Recensione di Flaminio Boni

Le Bal, fortunato format francese di Jean Claude Penchenat, a cui Ettore Scola si ispirò per il film Ballando Ballando del 1983, arriva al Teatro Sala Umberto di Roma con la regia di Giancarlo Fares per raccontare la storia d’Italia dal 1940 al 2001.

Raccontare, forse, non è il termine più appropriato, perché in Le Bal nessun personaggio parla,ma tutto è lasciato alla musica, al ballo, alle capacità espressive e alla forza comunicativa dei protagonisti.

Le Bal è espressione, felicissima e meravigliosa, di un teatro senza parole, un racconto che non è fatto di voci, ma di suoni, musica, gesti e movimenti del corpo che sono in grado di rappresentare gli eventi e le loro ripercussioni emozionali.

Dallo scoppio della seconda guerra mondiale fino al crollo delle torri gemelle, sedici attori e attrici ci fanno ripercorrere la storia dell’Italia, attraverso gli eventi più tragici e quelli più felici, evocando ogni volta non solo i fatti, ma facendo rivivere le mode delle varie epoche tutto attraverso le canzoni italiane che hanno interpretato la vita e i costumi della società nei loro mutamenti ed evoluzioni.

Tutto accade in una balera, luogo reale e allo stesso tempo simbolico pronto a trasformarsi in altro. Siamo alla fine degli anni ’30: le balere si riempiono di gente di varia estrazione, individui singoli che vogliono ballare, evadere, sognare e, magari, innamorarsi. In essi sono rappresentate le più svariate tipologie di essere umano. Umanità diverse che si incontrano: lo snob, l’elegante, la vamp, la sciocca, la lolita, l’irreprensibile, il vitellone, l’impacciato, la romantica… Mentre la musica va, avviene il gioco dell’amore: è tutto un guardarsi e girarsi intorno in un rituale di corteggiamento fatto di avvicinamenti, dinieghi, sguardi che si incontrano, altri che si evitano, mani che si sfiorano e corpi che si abbracciano nel ballo, fino al momento in cui si formano le coppie e sboccia l’amore.

Passa poco e in Italia arriva il Fascismo ed è il caso di dire che la musica cambia: infatti alle canzoni d’amore e spensierate, si sostituiscono gli inni e i canti dell’Italia fascista e quelli dell’Italia antifascista, che riuscivano ad aggirare la censura e venivano ballate di nascosto nelle balere. Scoppia la guerra: gli uomini devono dividersi dalle loro donne e partire per il fronte col reale rischio di non farvi ritorno e le donne sono costrette a rimboccarsi le maniche e andare a lavorare. Da qui al nazismo il passo è breve e tragico: la musica cambia ancora. E’ periodo di ghettizzazione, frutto dell’ideologia della razza ariana. E’ periodo di dolore e disperazione.

Poi i bombardamenti. Arrivano gli americani: è la liberazione! Gli americani portano, insieme alla libertà, molto del loro mondo. Arrivano così in Italia balli nuovi, mai visti, espressione di una libertà ritrovata e di vita nuova: il tip tap, il rock, il twist. Nascono anche le versioni italiane di queste musiche.

Passa il tempo, l’Italia si riprende. Arrivano gli anni ’60 e poi ’70, i primi movimenti femministi, l’emancipazione, l’uso delle droghe. Estasi e inferno. Arriva poi il boom economico degli anni ’80: ovunque è un luccichio di paillettes e un mettersi in mostra. E’ il momento del benessere e ognuno vuole goderne. Mentre la gente si diverte, alle sue spalle la classe politica costruisce una rete di contatti subdoli e pericolosi, creando un mondo basato sul clientelismo e la corruzione. Arriviamo agli anni ’90: ancora si respira il benessere del decennio precedente, ma, anche qui, anche ora, la musica sta cambiando: c’è meno voglia di stare insieme, ognuno si isola nel suo micro mondo. L’individuo avverte la necessità di tagliarsi fuori, alienarsi: si balla la techno, musica elettronica che diventa sempre più aggressiva, spesso sparata a tutto volume nelle cuffie. E’ l’isolamento.

Altro cambio scena: il mondo viene sconvolto dal crollo delle torri gemelle. La quotidianità di ogni essere umano viene stravolta e la realtà frantumata in migliaia di pezzi che non torneranno mai insieme.

Tutto questo è raccontato non con la parola, ma con il ballo e grazie alla potenza e all’intensità espressiva di questi bravi interpreti. Tutto è comunicato con gesti ed espressioni del volto e del corpo. Come bravi mimi questi attori usano tutta la loro fisicità per raccontare al pubblico una storia, la nostra storia, tra risate, momenti di nostalgia e spunti di riflessione.

E’ la musica stessa a farsi drammaturgia. Sono i volti e i corpi di questi bravissimi interpreti a farsi parola, mezzo di comunicazione, a volte leggeri come una carezza, altre forti come uno schiaffo.

Le Bal è uno spettacolo divertente, poetico ed elegante. Spesso a teatro come nella vita si usano tante parole senza esprimere nulla. Le Bal, invece, è la dimostrazione che si può dire molto anche solo con un gesto o la mimica facciale. E’ la dimostrazione che il senso, spesso, è nell’azione e non nella parola, in quello che si fa e non in quello che si dice. Le parole a volte sono vuote e volano via nel vento, le azioni, invece, restano e sono monumenti viventi dell’uomo.

La regia di Giancarlo Fares unisce con dinamismo, leggerezza e un tocco di raffinatezza quadri intensi e simbolici. Ogni azione segue all’altra con continuità e la precedente è legata alla successiva anche solo per il rimando di piccoli particolari. Anche i cambi scena, a cui spesso corrispondono i cambi costume, non sono interruzioni, ma vengono abilmente sfruttati come transizione tra un prima e un dopo. Giancarlo è qui anche capace interprete, in un ruolo buffo e divertente.

Nel fare un plauso generale all’impegno, alla bravura e alla resistenza fisica di tutti, capaci e saldi senza indecisioni fino alla fine, mi fa piacere citare alcuni elementi che mi hanno colpito maggiormente.

Maya Quattrini è una ragazza incredibilmente espressiva e padrona della propria fisicità. In lei mimica facciale ed espressività del corpo erano sempre allineate e in sincrono.

Francesco Mastroianni, di cui chi ha visto Jesus Christ Superstar conosce la voce profonda del suo Caifa, ha rapito il pubblico per la leggerezza con cui ha condotto il corpo nelle varie esibizioni tra un meraviglioso tip tap e un travolgente rock’n’roll e l’espressività carica e intensa.

Sempre per la loro comunicatività ho apprezzato l’uso della mimica facciale di Viviana Simone, Davide Mattei e Pierfrancesco Perrucci.

Bellissimi e impegnativi i costumi di Francesca Grossi ogni volta diversi e perfettamente aderenti alle mode degli anni raccontati.

Meritano una citazione anche le coreografie di Ilaria Amaldi anch’esse precise e puntuali rispetto al contesto storico e sociale.

LE BAL

L’Italia balla dal 1940 al 2001

L’isola trovata | Viola Produzioni

da LE BAL, una creazione del Théâtre du Campagnol

da un’idea e nella regia di

Jean-Claude Penchenat

con

GIANCARLO FARES, SARA VALERIO

ALESSANDRA ALLEGRINI

RICCARDO AVERAIMO

ALBERTA CIPRIANI

VITTORIA GALLI

ALICE IACONO

MATTEO LUCCHINI

FRANCESCO MASTROIANNI

DAVIDE MATTEI

MATTEO MILANI

PIERFRANCESCO PERRUCCI

MAYA QUATTRINI

MICHELE SAVOIA

PATRIZIA SCILLA

VIVIANA SIMONE

coreografie ILARIA AMALDI

uno spettacolo di

GIANCARLO FARES

Scenografie MARCO LAURIA | Costumi FRANCESCA GROSSI | Disegno Luci LUCA BARBATI

Sound Designer GIOVANNI GRASSO | Direttore di Scena ANNA MARIA BALDINI

Macchinista FABIO PALMIERI| Datore Luci GABRIELE BOCCACCI

Assistente alla regia ALESSANDRO GRECO | Sarta VERONICA IOZZI

Direzione di produzione MONICA CANNISTRARO GERMANA GIORGERINI

Ufficio stampa SILVIA SIGNORELLI| Concept grafico LIVIA CLEMENTI

grafica MARCO SPADONI | foto TOMMASO LE PERA

video backstage CLAUDIA FRITTELLONI

Trasporti TRANSMOVIE S.R.L. servizi per lo spettacolo

Realizzazione elementi di scena ALL’OPERA di Antonio Pastore

A proposito di Flaminio Boni

Flaminio Boni - Collaboratore di Roma Suona Bene si occupa prevalentemente di teatro anche attraverso il suo sito Flaminio Boni - Un Posto in Primafila a Teatro (www.flaminioboni.it)