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Le Bal. Sala Umberto, 14 ottobre 2016.

Al Sala Umberto fino al 23 ottobre 2016.

Recensione di Flaminio Boni

Le Bal, fortunato format francese di Jean Claude Penchenat, a cui Ettore Scola si ispirò per il film Ballando Ballando del 1983, arriva al Teatro Sala Umberto di Roma con la regia di Giancarlo Fares per raccontare la storia d’Italia dal 1940 al 2001.

Raccontare, forse, non è il termine più appropriato, perché in Le Bal nessun personaggio parla,ma tutto è lasciato alla musica, al ballo, alle capacità espressive e alla forza comunicativa dei protagonisti.

Le Bal è espressione, felicissima e meravigliosa, di un teatro senza parole, un racconto che non è fatto di voci, ma di suoni, musica, gesti e movimenti del corpo che sono in grado di rappresentare gli eventi e le loro ripercussioni emozionali.

Dallo scoppio della seconda guerra mondiale fino al crollo delle torri gemelle, sedici attori e attrici ci fanno ripercorrere la storia dell’Italia, attraverso gli eventi più tragici e quelli più felici, evocando ogni volta non solo i fatti, ma facendo rivivere le mode delle varie epoche tutto attraverso le canzoni italiane che hanno interpretato la vita e i costumi della società nei loro mutamenti ed evoluzioni.

Tutto accade in una balera, luogo reale e allo stesso tempo simbolico pronto a trasformarsi in altro. Siamo alla fine degli anni ’30: le balere si riempiono di gente di varia estrazione, individui singoli che vogliono ballare, evadere, sognare e, magari, innamorarsi. In essi sono rappresentate le più svariate tipologie di essere umano. Umanità diverse che si incontrano: lo snob, l’elegante, la vamp, la sciocca, la lolita, l’irreprensibile, il vitellone, l’impacciato, la romantica… Mentre la musica va, avviene il gioco dell’amore: è tutto un guardarsi e girarsi intorno in un rituale di corteggiamento fatto di avvicinamenti, dinieghi, sguardi che si incontrano, altri che si evitano, mani che si sfiorano e corpi che si abbracciano nel ballo, fino al momento in cui si formano le coppie e sboccia l’amore.

Passa poco e in Italia arriva il Fascismo ed è il caso di dire che la musica cambia: infatti alle canzoni d’amore e spensierate, si sostituiscono gli inni e i canti dell’Italia fascista e quelli dell’Italia antifascista, che riuscivano ad aggirare la censura e venivano ballate di nascosto nelle balere. Scoppia la guerra: gli uomini devono dividersi dalle loro donne e partire per il fronte col reale rischio di non farvi ritorno e le donne sono costrette a rimboccarsi le maniche e andare a lavorare. Da qui al nazismo il passo è breve e tragico: la musica cambia ancora. E’ periodo di ghettizzazione, frutto dell’ideologia della razza ariana. E’ periodo di dolore e disperazione.

Poi i bombardamenti. Arrivano gli americani: è la liberazione! Gli americani portano, insieme alla libertà, molto del loro mondo. Arrivano così in Italia balli nuovi, mai visti, espressione di una libertà ritrovata e di vita nuova: il tip tap, il rock, il twist. Nascono anche le versioni italiane di queste musiche.

Passa il tempo, l’Italia si riprende. Arrivano gli anni ’60 e poi ’70, i primi movimenti femministi, l’emancipazione, l’uso delle droghe. Estasi e inferno. Arriva poi il boom economico degli anni ’80: ovunque è un luccichio di paillettes e un mettersi in mostra. E’ il momento del benessere e ognuno vuole goderne. Mentre la gente si diverte, alle sue spalle la classe politica costruisce una rete di contatti subdoli e pericolosi, creando un mondo basato sul clientelismo e la corruzione. Arriviamo agli anni ’90: ancora si respira il benessere del decennio precedente, ma, anche qui, anche ora, la musica sta cambiando: c’è meno voglia di stare insieme, ognuno si isola nel suo micro mondo. L’individuo avverte la necessità di tagliarsi fuori, alienarsi: si balla la techno, musica elettronica che diventa sempre più aggressiva, spesso sparata a tutto volume nelle cuffie. E’ l’isolamento.

Altro cambio scena: il mondo viene sconvolto dal crollo delle torri gemelle. La quotidianità di ogni essere umano viene stravolta e la realtà frantumata in migliaia di pezzi che non torneranno mai insieme.

Tutto questo è raccontato non con la parola, ma con il ballo e grazie alla potenza e all’intensità espressiva di questi bravi interpreti. Tutto è comunicato con gesti ed espressioni del volto e del corpo. Come bravi mimi questi attori usano tutta la loro fisicità per raccontare al pubblico una storia, la nostra storia, tra risate, momenti di nostalgia e spunti di riflessione.

E’ la musica stessa a farsi drammaturgia. Sono i volti e i corpi di questi bravissimi interpreti a farsi parola, mezzo di comunicazione, a volte leggeri come una carezza, altre forti come uno schiaffo.

Le Bal è uno spettacolo divertente, poetico ed elegante. Spesso a teatro come nella vita si usano tante parole senza esprimere nulla. Le Bal, invece, è la dimostrazione che si può dire molto anche solo con un gesto o la mimica facciale. E’ la dimostrazione che il senso, spesso, è nell’azione e non nella parola, in quello che si fa e non in quello che si dice. Le parole a volte sono vuote e volano via nel vento, le azioni, invece, restano e sono monumenti viventi dell’uomo.

La regia di Giancarlo Fares unisce con dinamismo, leggerezza e un tocco di raffinatezza quadri intensi e simbolici. Ogni azione segue all’altra con continuità e la precedente è legata alla successiva anche solo per il rimando di piccoli particolari. Anche i cambi scena, a cui spesso corrispondono i cambi costume, non sono interruzioni, ma vengono abilmente sfruttati come transizione tra un prima e un dopo. Giancarlo è qui anche capace interprete, in un ruolo buffo e divertente.

Nel fare un plauso generale all’impegno, alla bravura e alla resistenza fisica di tutti, capaci e saldi senza indecisioni fino alla fine, mi fa piacere citare alcuni elementi che mi hanno colpito maggiormente.

Maya Quattrini è una ragazza incredibilmente espressiva e padrona della propria fisicità. In lei mimica facciale ed espressività del corpo erano sempre allineate e in sincrono.

Francesco Mastroianni, di cui chi ha visto Jesus Christ Superstar conosce la voce profonda del suo Caifa, ha rapito il pubblico per la leggerezza con cui ha condotto il corpo nelle varie esibizioni tra un meraviglioso tip tap e un travolgente rock’n’roll e l’espressività carica e intensa.

Sempre per la loro comunicatività ho apprezzato l’uso della mimica facciale di Viviana Simone, Davide Mattei e Pierfrancesco Perrucci.

Bellissimi e impegnativi i costumi di Francesca Grossi ogni volta diversi e perfettamente aderenti alle mode degli anni raccontati.

Meritano una citazione anche le coreografie di Ilaria Amaldi anch’esse precise e puntuali rispetto al contesto storico e sociale.

LE BAL

L’Italia balla dal 1940 al 2001

L’isola trovata | Viola Produzioni

da LE BAL, una creazione del Théâtre du Campagnol

da un’idea e nella regia di

Jean-Claude Penchenat

con

GIANCARLO FARES, SARA VALERIO

ALESSANDRA ALLEGRINI

RICCARDO AVERAIMO

ALBERTA CIPRIANI

VITTORIA GALLI

ALICE IACONO

MATTEO LUCCHINI

FRANCESCO MASTROIANNI

DAVIDE MATTEI

MATTEO MILANI

PIERFRANCESCO PERRUCCI

MAYA QUATTRINI

MICHELE SAVOIA

PATRIZIA SCILLA

VIVIANA SIMONE

coreografie ILARIA AMALDI

uno spettacolo di

GIANCARLO FARES

Scenografie MARCO LAURIA | Costumi FRANCESCA GROSSI | Disegno Luci LUCA BARBATI

Sound Designer GIOVANNI GRASSO | Direttore di Scena ANNA MARIA BALDINI

Macchinista FABIO PALMIERI| Datore Luci GABRIELE BOCCACCI

Assistente alla regia ALESSANDRO GRECO | Sarta VERONICA IOZZI

Direzione di produzione MONICA CANNISTRARO GERMANA GIORGERINI

Ufficio stampa SILVIA SIGNORELLI| Concept grafico LIVIA CLEMENTI

grafica MARCO SPADONI | foto TOMMASO LE PERA

video backstage CLAUDIA FRITTELLONI

Trasporti TRANSMOVIE S.R.L. servizi per lo spettacolo

Realizzazione elementi di scena ALL’OPERA di Antonio Pastore

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In viaggio con il Knup Trio

KNUP TRIOÈ uscito lo scorso 20 maggio su etichetta Emme Produzioni Musicali di Enrico Moccia “Knup!”, l’album del Knup Trio formato da Fabrizio Boffi (pianoforte), Francesco de Palma (contrabbasso) e Emanuele Tomasi (batteria)

“Knup!” è un viaggio musicale sperimentale, un’operazione tanto naturale all’epoca del progressive negli anni ’70 quanto pericolosa ai tempi d’oggi. Il Knup Trio ha deciso però con grande convinzione e coraggio di giocarsi subito tutte le carte buone proponendo un sound fresco ed originale fatto di ritmiche incalzanti di batteria alternate ad eleganti armonie jazz.

Il viaggio inizia con “Coniglio bianco”, tentativo lucido e ben riuscito di unire segmenti di ritmo e riff tipicamente doom con improvvisazioni jazz. Il “bianconiglio” immaginato dai tre ci conduce attraverso il cunicolo che porta nel mondo immaginifico del trio.
È un mondo fatto di immagini, di fotogrammi, di spezzoni di pellicola di un film in bianco e nero dal forte contrasto da mettere insieme alla ricerca di un filo conduttore, di una trama.

L’Ordine delle Cose” è esemplificativo: un inseguimento tra gli strumenti alla ricerca dell’ordine vero, chi ascolta sembra stia seguendo sullo schermo due auto in folle corsa in un film d’azione. Inseguimento che prosegue in “Punk” ed in “Kira”; “Knup” invece è un brano in pieno stile progressive.

Molti dei brani di questo disco potrebbero essere utilizzati come un’efficace colonna sonora, non a caso troviamo “Film” brano dalle atmosfere rarefatte, ma anche brani più tipicamente jazz come “Waiting for a call” o “Saturday”.

Mr. Jack” con il quale si chiude il disco è un mix tra rock opera e jazz una sorta di manifesto del trio, una piccola “Bohemian Rhapsody” del tutto personale.

Il disco è una costante ricerca di equilibrio tra assoli e ritmiche, tra forza ed eleganza, tra l’impostazione più classica e jazz di Boffi e De Palma e quella più rock e ribelle di Emanuele Tomasi.
L’equilibrio per ora i tre l’hanno mantenuto fornendo una buona prova di sperimentazione jazz rock e dando mostra di ottime capacità esecutive e compositive.

Tracklist:
Coniglio Bianco / L’Ordine delle Cose / Punk / Saturday / Film / Waiting for a call / Knup! / America / Kira / Mr. Jack

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Lear – La Storia. Silvano Toti Globe Theater, 23 giugno 2016. Prima.

Recensione di Flaminio Boni

Lear il Re tracotante e superbo che domina gli uomini e sfida gli dèi. Lear; il Re che divide il proprio Regno tra le due figlie che lo adulano falsamente escludendo dal patrimonio quella che lo ama il giusto, con rispetto e devozione.

Lear, il Re che diventa folle per il dolore straziante nel prendere consapevolezza della propria umanità e quindi finitezza e suscettibilità all’errore; il Re che impazzisce nel rendersi conto che tutto quello che aveva costruito e creato era frutto di un’inesauribile desiderio di accumulare e di potere e che si sforza di mantenere tale potere e la deferenza che ne dovrebbe derivare anche nei momenti più cupi. Lear, il Re visionario che si affida ad un inconscio matto, a un nobile servitore camuffato e a un finto mendicante fintamente folle.

Vera follia che annienta, finta pazzia che aiuta.

Lear. La Storia è una tragedia, per la struttura narrativa e compositiva e per la vicenda stessa che racconta; forse la tragedia più drammatica di Shakespeare e che più rispetta la matrice di quella greca in cui destino, fato fortuna, come li si voglia chiamare, intervento degli dèi, quindi una volontà fuori dell’uomo e di lui più forte, inganno, complotto, follia, malattia, disobbedienza e ingratitudine trovano la loro più completa espressione, in cui la catarsi si compie senza distinzione tra bene e male, facendo vittime da ambe le parti. Il bene non vince sul male, ma solo alla fine lo sostituisce: affinché l’ordine naturale e supremo venga ripristinato, sono necessarie delle vittime, si richiedono sacrifici enormi e mortali.

La tragedia presentata ieri al Silvano Toti Globe Theatre di Roma e in scena fino al 3 luglio, vede uno splendido Mariano Rigillo nei panni di Re Lear.

L’adattamento (con la traduzione di Masolino d’Amico) e la regia di Giuseppe Dipasquale sono complessi e articolati, faticosi in alcuni punti del primo atto, ma, allo stesso tempo, hanno il grandissimo pregio di rispettare e mettere in evidenza il valore altamente simbolico e allegorico dell’opera del Bardo.

Lo si vede da subito: la scena iniziale è meravigliosamente suggestiva. Lear stanco e vecchio, sdraiato in un letto, viene accolto dalle figlie che lo vestono degli abiti gloriosi del suo potere mentre in sottofondo un lento stillicidio crea una melodia suadente. La divisione del regno tra le due figlie è materialmente rappresentata dalla veste e dalla corona che si frammentano in due parti uguali.

Il simbolismo si muove oltre, portando in scena le due figlie crudeli, ingrate e ingannatrici, interpretate da due uomini a rappresentare la concezione maschilista del potere e a porre  maggiore distanza tra loro e Crudelia, figlia devota e rispettosa, che ama nella giusta misura.

Il primo atto, però, è faticoso; dopo un inizio suggestivo si avvertono delle difficoltà drammaturgiche e mancanza di ritmo. Nel secondo atto c’è una stupefacente ripresa: la narrazione stessa e i dialoghi si fanno più serrati e la drammaticità, prima veicolata attraverso dialoghi asciutti, esplode ora nei sentimenti e, soprattutto, nella follia di Lear.

Rigillo interpreta una follia realistica, tirandone fuori una tenerezza e arrendevolezza incredibili. Lear diventa un vecchio bambino, come un uomo qualunque, un uomo semplice in bilico tra lucidità e pazzia. Egli sveste Lear della sua prepotenza e protervia per ricoprirlo di umanità, dolore, disperazione e consapevolezza.

Un altro padre, ingannato e disperato, è Gloucester, interpretato con padronanza e sensibilità da un grande Sebastiano Tringali.

Meravigliosa l’interpretazione di Luigi Tabita nei panni di Regana, una delle figlie di Lear: ha dato un piglio forte e crudele, mettendone in mostra astuzia e una vena di sadismo. Postura e sguardo erano strettamente connessi all’interpretazione, ma, soprattutto all’intenzione.

Brava Silvia Siravo nei panni di Crudelia: nonostante stia poco in scena, riesce a far avvertire la presenza e l’importanza del proprio personaggio.

Buona prova anche per David Coco, Edmund, il figlio infedele di Gloucester, che trama contro tutti per raggiungere il potere. Grande presenza e carattere forte, anche se a volte, troppo caricato.

Bene Giorgio Musumeci nei panni di Edgar, il figlio ingiustamente esiliato, il finto matto, che resta fedele al padre sempre senza mai offenderne il nome. Una prova interessante, anche fisica, in un’interpretazione che richiede la capacità di mantenere i cambi di registro.

Bene, a seguire, Filippo Brazzaventre (Kent), Enzo Gambino (Duca di Borgogna), Roberto Pappalardo (Goneril).

Meno calzante e coinvolgente Anna Teresa Rossini nei panni del Matto, inconscio e alter ego di Lear. Direi un personaggio al quale non viene dato tutto il respiro che potrebbe avere privandolo di colore.

Ho trovato scarso l’uso della partitura musicale: efficace laddove presente, se ne sente la mancanza come un vuoto.

Se, come riportato nelle note di regia, “il momento alchemico è dato dalla tempesta, nella quale il disordine degli elementi prova a trovare la sua ricomposizione”, dov’era questa tempesta? Non c’era suono che ricordasse pioggia, tuono e vento. Forse l’intenzione era quella di lasciare l’opera ad un livello più intimistico e personale, rappresentando più la tempesta che si scatena dentro l’uomo che quella degli elementi naturali, ma un collegamento, un richiamo tra l’uno e l’altro mondo avrebbe reso un maggior impatto emotivo.

Infine, bellissimi i costumi di Angela Gallaro e il trucco, in particolare per Tabita/Regana.

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I Duran tra oggi e domani, col cuore negli ’80. Trionfo a Capannelle

Fear today, forgot tomorrow” (“Temo l’oggi, ho dimenticato il domani”).

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Così recita uno dei versi più profondi della bellissima “Ordinary world“, eseguita ieri sera in modo magistrale dai Duran Duran, di scena a Rock in Roma a Capannelle. Il concerto ha convinto e coinvolto una platea di intenditori, molti ovviamente tra i 40 e i 50, ma non solo.

La scaletta della serata all’Ippodromo, tappa del “Paper Gods Tour 2016“, punta tutta sull’emozione, astutamente impostata sui grandi successi della band di Birmingham, con qualche strizzata d’occhio al nuovo disco (la tracimante “Pressure Off“, cantata da tutto il pubblico).

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Si apre alle 22, con la simulazione di un temporale (qualche goccia era caduta in attesa del live), Simon Le Bon entra per ultimo e comincia proprio con “Paper Gods“. Poi, da zero a mille, la band scalda subito i fans con  “Wild Boys“, “Hungry like a wolf” e “A view to a kill“.

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Simon sa come coinvolgere il pubblico italiano, lo conosce bene, il ricordo degli anni d’oro nel nostro paese è ancora vivo, così con qualche parola nella nostra lingua e molta simpatia la sinergia è assicurata.

John Taylor è il vero motore del gruppo, come sempre, il suo basso pulsante, la sua tecnica superba danno linfa vitale a tutte le esecuzioni e risaltano particolarmente in pezzi come “Notorius” (Simon la introduce così: “Questa è del periodo funk, con Nile Rodgers!”). Il momento più forte è di sicuro l’omaggio a David Bowie, scomparso lo scorso gennaio, al quale i Duran Duran devono molto, come tanti artisti britannici, per i quali il Duca Bianco è stato fondamentale pioniere di suoni, stili e arte. Così accade che “Planet Earth” si trasformi magicamente in “Space Oddity”, in una sorta di corridoio spazio-temporale ideale.

Poi arrivano “I don’t want your love” e “White Lines” dal sapore danzereccio. Si balla, si canta, tanti i baci durante la suddetta “Ordinary world“, l’episodio musicale più intenso scritto dalla band nei Novanta. Alla serata è presente anche una nutrita rappresentanza di Duran Radio (www.duranradio.com), la web station italiana interamente dedicata alla band d’oltremanica.

La parte finale tende al trionfo, con i classici insuperabili di sicuro effetto emotivo: “The Reflex” e “Girls on film”, che scatenano l’audience. Lo show finisce con due capolavori, tra di loro molto diversi, nei quali il basso di Taylor e le tastiere e synth di Nick Rhodes sono, giocoforza, protagonisti.

Una è la superballad “Save a prayer“, che ha fatto piangere e sognare almeno due generazioni, con quell’incedere struggente e quei versi scolpiti nella memoria:

“Some people call it a one night stand, but we can call it paradise”, “Alcuni la chiamano avventura di una notte, noi la possiamo definire paradiso”.

L’altra, superbamente segnata da una linea di basso complessa quanto vibrante, è la celeberrima “Rio“, title-track del Lp campione di vendite.

Al cronista restano il suono e il sapore di una serata davvero piacevole, di un gruppo di veri professionisti, come si stenta a trovare oggi. Una band che ha saputo cavalcare le epoche e trovare sempre alte ispirazioni. Grande qualità al servizio di classici immortali.

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I Groove & Move presentano il loro nuovo album Water Stress

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Si chiama Water Stress il nuovo album del duo “Groove&Move” composto dal trombettista Gabriele Mitelli e dal vibrafonista Pasquale Mirra in uscita per la Caligola Records.

Riuscire a rompere gli schemi e insieme provare a rievocare, attraverso la musica, qualcosa di ancestrale e perduto nel tempo. Ascoltando le nove tracce di “Water Stress”, album composto da Gabriele Mitelli (tromba) e Pasquale Mirra (vibrafono), si ha l’impressione di dover combinare questi due indizi per risolvere l’affascinante enigma racchiuso in questo disco. Ed è un gioco, quello del duo Groove & Move, molto simile a quelli che si faceva da bambini, in cui le regole cambiano di volta in volta. Il suono si sviluppa e si arresta in modo imprevedibile, indomito e scentrato, seduce per la capacità di spiegarsi attraverso l’uso non convenzionale delle percussioni, facendo della giustapposizione di presenze e assenze un punto di forza.

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Alle composizioni originali (Water Stress, Oscillano, Nibiru, Vale la pena e Old Man) nelle quali il duo riesce a legare l’improvvisazione pura a un’idea musicale nuova che rifugge ogni etichetta, Mitelli e Mirra propongono delle riletture di Jesus Maria di Carla Bley, passando per il Mingus di Orange Was The Color Of Her Dress, Then Blue Silk, The Owl Of Cranston di Paul Motian e Namhanje, brano tradizionale sudafricano rielaborato da Abdullah Ibrahim in un disco storico, “Echoes from Africa”. Scelte che vanno oltre il semplice “omaggio”, dimostrando eclettismo e inventiva.

Il vibrafono di Mirra è lo scheletro che sostiene tutta l’impalcatura musicale del disco e che, come una costellazione, indica a Mitelli, autore di intarsi di raffinata bellezza, la direzione da percorrere nelle sue geometrie variabili alla tromba. Si modificano gli spessori e le strutture ma la materia musicale si mantiene sempre viva e pulsante per tutto il disco, il cui flusso viene spesso interrotto in modo inatteso, nello stesso modo in cui un temporale estivo ti coglie all’improvviso nel bel mezzo di una passeggiata in montagna.

Eccola la soluzione dell’enigma di “Water Stress” che, tra le righe delle partiture, Mirra e Mitelli vogliono suggerirci. Reimparare a farsi sorprendere, a farsi cogliere impreparati per potersi stupire. Ancora.

La cover di Water Stress è un’opera dell’artista Valentina Crasto intitolata “Taut”.

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Gabriele Mitelli è uno dei più giovani e interessanti trombettisti e compositori italiani. Nel 2016 è al secondo posto della classifica “migliori nuovi talenti italiani” per i critici della rivista “Musica Jazz”. Nel gennaio del 2104, esce il suo primo disco “Hymnus Ad Nocturnum” per la Parco Della Musica Records. Ha suonato con alcuni dei più importanti musicisti della musica jazz e di confine tra cui Ralph Alessi, Markus Stockhausen, Gianluca Petrella e Giovanni Guidi, Cristiano Calcagnile, Beppe Scardino, Tino Tracanna, Pasquale Mirra, Paolo Botti, Dimitri Grechi Espinoza, Zeno De Rossi. Pasquale Mirra è considerato uno dei vibrafonisti più interessanti della scena italiana e internazionale.Collabora con grandi improvvisatori: Michel Portal, Fred Frith, Nicole Mitchell, Tristan Honsinger. Ernst Rijseger, Rob Mazurek, Ballakè Sissoko, Butch Morrris, Jeff Parker, Micheal Blake.Nel 2014 e nel 2015 è nominato dalla rivista “Jazz it” miglior vibrafonista italiano e nel 2015 è tra i migliori musicisti dell’anno per i critici della rivista “Musica Jazz”. Dal 2008 collabora con il percussionista Hamid Drake.È membro del collettivo Bassesfere, associazione per lo sviluppo e la diffusione della musica improvvisata e di ricerca.

 Link iTunes

https://itunes.apple.com/it/album/water-stress/id1111413903

 FORMAZIONE

Gabriele Mitelli: pocket tromba, flicorno soprano, flicorno contralto, tromba preparata, xilofono, percussioni, voce

Pasquale Mirra: vibrafono, pianoforte, xilofono, percussioni, voce

 TRACKLIST

1 The Owl Of Cranston (P. Motian) 5.05

2 Water Stress (P. Mirra – G. Mitelli) 8.19

3 Orange Was The Color Of Her Dress, Then Blue Silk (C. Mingus) 3.06

4 Oscillano (G. Mitelli) 1.16

5 Nibiru (P. Mirra) 2.21

6 Namhanje (tradizionale) 10.13  (**)

7 Vale La Pena (P. Mirra) 2.24

8 Old Man (G. Mitelli) 6.33

9 Jesus Maria (C. Bley) 4.53

Tot. 44,13

(**)  da “Echoes from Africa” (1969, Abdullah Ibrahim e Johnny Dyani)

 Produced by Gabriele Mitelli, Pasquale Mirra e Caligola Records

Registrato il 23-24 agosto 2015

Studio Duna di Andrea Duna, Russi (RA), Italia

www.gabrielemitelli.wix.com/music

www.pasqualemirra.it

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Il “Tuffo” dei Mary in June

Mary in June - Tuffo

I Mary in June dopo cinque anni di preparazione si lanciano con il loro “Tuffo”, disco post rock-punk dalle sfumature folk, in un’esecuzione da podio grazie anche alla collaborazione con Giorgio Canali

Sali quella scaletta di ferro.. sali. Fatti coraggio, non guardare in basso, in fondo è come quando “ci arrampichiamo sui tralicci per veder meglio i tramonti“.
Viene da pensare che siano proprio queste le parole di incitamento che si sono detti questi quattro ragazzi romani durante la loro salita durata cinque anni. Dal primo scalino del 2011, con l’EP “Ferirsi” hanno voluto assicurarsi che il loro esordio in full lenght avesse il giusto impatto; hanno continuato a salire fino ad arrivare su di un trampolino dannatamente alto, per spiccare il loro “Tuffo“.

Scalino dopo scalino, anno dopo anno, hanno aggiunto tanto alle atmosfere del loro primo EP, gettando nel cestino decine di idee, fino a trovare il loro personale equilibrio tra post rock, post punk, hardcore e folk.

E per eseguire un tuffo che possa ricevere il massimo del punteggio, ci vuole un preparatore all’altezza, ed ecco spiegata la collaborazione con Giorgio Canali, un nome è legato a un importante pezzo della storia musicale italiana degli anni ’80 e ’90 con i CCCP e i CSI (per poi confluire nei PGR), che li ha aiutati a rendere tutto più diretto, coerente, smussando le asperità e trovando il giusto spazio alle dilatazioni post rock degli inizi.

Arrivati sul trampolino ci si accorge che l’altezza è vertiginosa. Vai, salta “Come se fosse la prima volta” e regalati “la possibilità di avere troppa paura” ed ecco la prima traccia “Sogni per l’analista” e giù dal trampolino con  il singolo “Combustibile” e poi con “Fango“.

Sembrava che il cielo trattenesse il fiato” urla Alessandro Morini, mentre è ancora a mezz’aria del brano “Nuova fine“, e sembra quasi tornare alla memoria la liberazione di “Precipito” dello stesso Canali.

Finalmente l’impatto in acqua. Pulito, diretto, e in quel momento si realizza l’equilibrio cercato tra le atmosfere post rock e i synth degli esordi con arpeggi e sferzate di chitarra elettrica post punk e hardcore fino a mostrare un’anima folk in “Perfetto” o “Un giorno come tanti“.

Con “Tuffo” i Mary in June ci narrano di un viaggio verso l’ignoto, dei sentimenti e della paura generazionale di non avere un orizzonte, ma solo l’illusione di quando ci si trova “davanti ai fuochi artificiali“, grazie ad una scrittura dei testi originale, sincera e diretta, i Mary in June si guadagnano un posto tutto loro in mezzo a produzioni simili (Vasco Brondi, F.A.S.K., Fine Before you Came ecc.).

I giudici alzano le palette: votazione da podio.
La paura del salto è ormai lontana, “Non è stato facile per niente“, ma stavolta i fuochi artificiali li hanno accesi loro.

Mary in June – Line up
Voce e chitarra: Alessandro Morini
Basso: Vincenzo Grieco
Synth: Aron Carlocchia
Batteria: Marco Compagnucci
Guest Voice: Giorgio Canali in “Un giorno come tanti” e “Nuova fine”
Guest synth: Matteo Portelli in “Perfetto” e “Un giorno come tanti”

L’album “Tuffo” è distribuito su etichetta indipendente V4V-Records, ed è disponibile in vendita dal 18 aprile su CD e in formato digitale.

Vi lasciamo con il video del primo singolo “Combustibile” estratto dall’album “Tuffo” dei Mary in June.

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Arancia Meccanica. Teatro Eliseo, 6 maggio 2016.

Recensione di Flaminio Boni

 

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Foto di Pino Le Pera

A Clockwork Orange/Un’arancia a orologeria è il romanzo che Anthony Burgess scrisse nel 1962 e che fu reso celebre dal grandioso film di Stanley KubrickArancia Meccanica, del 1971.

La messinscena di Gabriele Russo prende le mosse, però, dall’adattamento drammaturgico che lo stesso Burgees fece del proprio romanzo rendendolo un testo teatrale scritto per la Royal Shakespeare Company e che fu pubblicato alla fine degli anni ’90 col titolo A Clockwork Orange: A Play with Music.

Quello che molti, infatti, non sanno è che A Clockwork Orange: A Play with Music fu concepito come un’opera musicale se non come un vero e proprio musical.

Che si voglia fare riferimento al romanzo del 1962 o al testo teatrale degli anni ’90, resta fermo il fatto che Burgees, colpito direttamente da un “crudele e inconsulto atto di violenza” ai danni di sua moglie, preconizzò una società sempre più orientata al controllo delle coscienze e all’indottrinamento verso un “pensiero unico”, ponendo alla base del suo romanzo una questione etica fondamentale molto complessa: la libertà di scelta tra il bene e il male (con una serie di corollari che non possiamo approfondire in questa sede).

Questa premessa serve, oltre che a presentare il concetto fondante primario del romanzo del ’62, a prendere le distanze dal film di Kubrick.

Quello che lo spettatore qui deve fare è evitare paragoni con il film, trattenendo di esso solo il messaggio, il senso psicologico ed etico.

Questo Arancia Meccanica rinnova con grande forza il dilemma etico sul libero arbitrio e se sia più giusto essere liberi di fare il male o essere costretti a fare il bene.

Lo spettacolo, pur essendo un atto unico, si divide in due parti: la prima in cui si raccontano le truci violenze di Alex, Dim e Georgie, i Drughi, la seconda nella quale si affronta la terapia riabilitativa di Alex.

Riviviamo così gli atti efferati e brutali di questo piccolo clan i cui membri comunicano con un gergo tutto loro, il Nadsat, appositamente creato da Burgess derivato dall’inglese con contaminazioni russe. Un linguaggio che per quanto strano è riconoscibile, non taglia fuori lo spettatore: grazie alla sua ripetitività e alle azioni che lo accompagnano è ben decifrabile.

Quello che colpisce immediatamente è la grande capacità degli attori di riprodurre la violenza attraverso azioni e movimenti non veementi, di essere crudeli e brutali senza agire praticamente, ma raffigurando. A tal proposito sicuramente una delle scene più belle è proprio quella in cui i tre Drughi irrompono in casa di una coppia pestando il marito e violentando la moglie in una successione di movimenti al rallentatore. Attraverso lo slow motion viene sottolineata non tanto la violenza in sé, quanto l’intenzione, la volontà, la scelta di far del male e il godimento che se ne trae.

Arancia Meccanica è una prova attoriale difficile e fisicamente impegnativa: l’attore non è chiamato solo a recitare, ma a plasmare la propria fisicità in funzione della rappresentazione. Muoversi per immagini non dà lo stesso risultato immediato come muoversi per azioni, e recitare in Nadsat è come recitare in una lingua straniera.

Per cui sono bravissimi questi tre attori, Daniele Russo (Alex), Sebastiano Gavasso (Dim) e Alessio Piazza (Georgie) a creare immagini con la propria interpretazione vocale e fisica: una recitazione contenuta e trattenuta, che deve raffigurare più che agire realmente, ma carica di intenzione.

Non nascondo, però, che in alcune scene avrei preferito più azione e meno figurazione.

Inoltre, se una pecca vogliamo trovare a questi grandi interpreti, è forse quella, nel tempo, di aver avvicinato tra loro un po’ troppo i tre personaggi, ponendoli quasi su uno stesso piano, quando invece Dim e Georgie sono più deboli e sottomessi ad Alex.

Intorno ai tre violenti Drughi si muovono altri personaggi interpretati da Alfredo Angelici (il barbone, il dott Brodsky e il padre di Alex), Martina Galletta (Moglie di Alexander, Adolf, Joe), Paola Sambo (Deltoid, ministro, madre di Alex) e Bruno Tramice (Alexander, anziana signora, cappellano).

Bellissima prova per Paola Sambo, soprattutto nei panni del Ministro degli Interni, personaggio surreale e grottesco che Paola riesce a caratterizzare con pochi gesti precisi ed espressività particolare.

Grande prova di versatilità anche per Martina Galletta.

Mi hanno convinto meno Bruno Tramice Alfredo Angelici: l’uno, al quale è affidato il compito di interrogare le coscienze relativamente al dramma etico non è riuscito a trasmetterne l’urgenza; dell’altro non ho apprezzato il modo in cui introduce alla seconda parte, nei panni del dott. Brodsky, incaricato del trattamento per la rieducazione di Alex. Il suo modo da subito caricaturale e grottesco crea una cesura troppo netta tra prima e seconda parte, già notevolmente diverse a livello di toni.

Nel complesso Arancia Meccanica, pur non essendo il mio genere di spettacolo, colpisce nel segno e non lascia indifferenti.

L’allestimento, coraggioso, di Gabriele Russo resta fedele all’intenzione originaria di porre domande e scuotere le coscienze e lo fa attraverso un racconto iconografico e sensoriale dove fondamentali e strutturali sono le immagini e i suoni.

Arancia Meccanica (questo Arancia Meccanica) è uno spettacolo che coinvolge i sensi: uno spettacolo che va osservato mentre lo si guarda e ascoltato mentre lo si sente. Richiede allo spettatore la disponibilità ad essere condotto attraverso una storia fatta di suoni e immagini.

A supporto e completamento dell’azione sono le fantastiche scenografie di Roberto Crea. Visivamente Arancia Meccanica utilizza soluzioni interessantissime e suggestive. Nel complesso il palco resta sempre abbastanza sgombro: le singole scenografie entrano ed ed escono dai lati o dal fondo oppure scendono dall’alto e vi ritornano.

Altro elemento fondante e strutturale dello spettacolo sono le musiche: Arancia Meccanica è un concerto di Beethoven riletto dalla genialità compositiva di Marco Castoldi, in arte Morgan, che ne prende la musica e magistralmente la riadatta e la plasma anche in chiave elettronica, sempre rispettando la partitura, ma esasperando la sensazione di delirio.

A ragione, quindi, parlo di uno spettacolo sensoriale, perché scenografia e musica sono parte integrante della narrazione costituendone l’estetica globale nell’interazione con gli attori. Proseguendo su questa via completo il quadro menzionando altri due aspetti fondamentali e costitutivi che sono lo splendido uso delle luci di Salvatore Palladino e i bellissimi costumi di Chiara Aversano.

La regia di Gabriele Russo è precisa e mirata; procede dritta in una direzione anche se a volte sembra smarririsi.

La struttura narrativa e drammaturgica procede da Alex presentandoci il suo punto di vista, le proiezioni della sua mente. Sarà lui, alla fine della dolorosa rieducazione, al cui confronto il carcere era visto come un premio, a scuotere le coscienze chiedendo: “Ed io? Quando vi occuperete di me? Cosa sono? Un’arancia meccanica?” innescando un’altra questione, stavolta, sociale, quella di dover fare i conti con le volontà sempre diverse di un Governo che sarà sempre lo stesso e che potrà ogni volta cambiare faccia come meglio crede senza occuparsi mai realmente dei cittadini, ma solo di se stesso.

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Foto di Pino Le Pera

Arancia Meccanica

di Anthony Burgess

regia di Gabriele Russo

aiuto regia Eugenio Dura, Carmen Pommella

Con Daniele Russo nel ruolo di Alex

Sebastiano Gavasso (Dim)

Alessio Piazza (Georgie)

Alfredo Angelici (Barbone, Dott Brodsky, padre Alex)

Martina Galletta (Moglie Alexander, Adolf, Joe)

Paola Sambo (Deltoid, ministro, madre Alex)

Bruno Tramice (Alexander, anziana signora, cappellano)

di Anthony Burgess

Scene/installazioni di Roberto Crea

Musiche originali di Morgan

costumi Chiara Aversano

luci Salvatore Palladino

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Thanks for Vaselina. Teatro Piccolo Eliseo, 7 maggio 2016.

Recensione di Flaminio Boni

Carrozzeria Orfeo ha ripresentato a Roma, al Teatro Piccolo Eliseo, Thanks for Vaselina. uno spettacolo dissacrante e cinico che riscuote da tempo enormi consensi da pubblico e critica.

Scritto da Gabriele Di Luca, diretto da Gabriele Di Luca, Massimilano  Setti e Alessandro Tedeschi, interpretato dai tre suddetti e da Beatrice Schiros e Francesca Turrini, Thanks for Vaselina è “la storia di esseri umani sconfitti e abbattuti”.

Gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra al commercio di marijuana dal Messico, bombardando il paese per distruggere le piantagioni e uccidendo civili in nome della democrazia.

Fil e Charlie, trentenni dal presente instabile, pensano di “svoltare” invertendo il mercato con l’esportazione della marijuana che coltivano in casa dall’Italia al Messico. I due sono tipi molto diversi: Fil è un cinico irrisolto, Charlie uno strenuo difensore dei diritti civili e animalista convinto.

A loro si uniranno Lucia, madre di Fil, donna frustrata e dipendente dal gioco d’azzardo e Wanda, una ragazza obesa e insicura.

A complicare le cose, il ritorno, dopo quindici anni di assenza e silenzio, del padre di Fil ed ex marito di Lucia, diventato nel frattempo transessuale, che porta con sé un vissuto drammatico e doloroso e nasconde un piano pericoloso.

Thanks for Vaselina racconta la quotidianità di un’umanità ai margini, ma non per questo lontana, perché l’estremo disagio rappresentato è in qualche modo universale: siamo ormai quasi tutti un po’ ai margini, per colpa di una democrazia che in nome di se stessa giustifica palesi azioni di “terrorismo”, ma anche sottili e nascoste politiche di manipolazione psicologica.

Thanks for Vaselina è sicuramente uno degli spettacoli più originali e impegnati degli ultimi anni. Una grandissima drammaturgia fortemente contemporanea che delinea e approfondisce psicologie umane reali e credibili ben distinte tra loro.

Una storia cinica, spietata e (di)sprezzante che si esprime in un linguaggio crudo, asciutto e provocatorio; uno spaccato tragicamente reale della disperazione umana sempre più diffusa oggi a più livelli. Un affresco completo in cui si amalgamano con crudezza temi sociali, politici ed economici senza forzature né storpiature perché, in fondo, la realtà può essere esasperante senza rimedio.

Esseri umani annientati dalla società e falliti nella loro individualità, rancore, frustrazione, dipendenze (dal gioco, dal cibo, dalla droga), conflitti sull’identità sessuale, ideologie radicali, fanatismo religioso, esercizio senza controllo del potere militare e dell’influenza politica: Thanks for Vaselina tocca tutti temi drammaticamente attuali con intenso realismo.

La vaselina richiamata nel titolo non è solo il lubrificante che Lucia utilizza per “riempire” Wanda di ovuli pieni di marijuana, ma, soprattutto e per estensione, vaselina indica quel modo subdolo e apparentemente indolore con cui il sistema ci convince che tutto ciò che fa e decide sia giusto e finalizzato a stabilire un ordine.

Non ci sono ostentazioni, non c’è esagerazione: la realtà è davvero così disarmante, terribile, crudele ed efferata.

Nonostante tutto questo, per buona parte dello spettacolo si ride anche molto, con sarcasmo sfacciato, a volte di gusto altre volte amaramente.

Gli interpreti sono grandiosi: ognuno caratterizza il proprio personaggio al meglio, senza sbavature. Interpreti di grande livello che danno dimostrazione di vero Teatro.

La regia è molto attenta e curata, asciutta e cruda come tutto il resto e riesce a ordinare insieme tempo, ritmo, musica e silenzi rendendo l’allestimento decisamente cinematografico.

Tra tutti, momento di altissimo livello tecnico, ma soprattutto poetico, è la scena delle tazzine: un quadro di grandissimo effetto in cui a comunicare sono solo il suono, melodico e a tempo, del cucchiaino nella tazzina e gli sguardi che i protagonisti si rivolgono in alternanza.

Il linguaggio, fortemente icastico, sempre molto forte, volgare, senza filtri, è vero ed espressione di una situazione di estremo disagio dettata dalla disperazione, dalla rabbia e dalla frustrazione dei personaggi, sentimenti forti dai quali sembrerebbe non esserci ritorno, né riscatto, né pentimento.

Durante la rappresentazione, ho deciso, sforzandomi un po’, di accettare il turpiloquio perché perfettamente funzionale al racconto; sebbene eccessivo, alla fine ho abbracciato il testo e non ho voluto farmi  distogliere dal linguaggio forte. D’altronde tutti noi, portati alle estreme conseguenze, esasperati da situazioni difficili e pesanti, cediamo spesso ad espressioni eccessive e volgari.

Ho adorato il cinismo spudorato, grezzo e crudo che credevo senza ritorno e senza possibilità di riscatto. Peccato alla fine si cada nel buonismo interrompendo un andamento tragico e nichilista e tradendo, a mio parere, la potenza del messaggio di fondo.

Perché nel  mondo reale non siamo tutti buoni: cinismo è anche la consapevolezza che certi sentimenti e atteggiamenti non possano cambiare, che indietro non si torna, che pensare questo sia solo un’illusione, un’utopia, sebbene questa posizione entri  in conflitto con le convenzioni sociali e morali e con ragionamenti di convenienza .

Perché il vero cinico sa che non può e non deve esserci redenzione per tutti.

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Il Majorana Show. Teatro de’Servi, 12 maggio 2016.

Recensione di Flaminio Boni

Ettore Majorana  è stato uno dei maggiori fisici italiani a livello mondiale, il più geniale della generazione di Fermi, Bohr e Eisenbergh e dei ragazzi di Via Panisperna; le sue speculazioni più importanti riguardarono la fisica nucleare e la meccanica quantistica relativistica.

Nel marzo 1938 Ettore Majorana sparisce nel nulla dopo aver manifestato in due lettere diverse, una spedita ad un amico e l’altra alla famiglia, l’intenzione di volersi suicidare. Majorana, però, dopo quelle lettere, scrisse anche un telegramma, sempre all’amico, dicendo di non voler portare a termine quell’intento.

Eppure da allora si sono persero le sue tracce e il caso è diventato uno dei più misteriosi e avvincenti tra quelli irrisolti del ‘900, tanto che ancora oggi ci si interroga su che fine abbia fatto: suicidio o scomparsa?

E’ questo l’argomento che si affronta nel Majorana Show, un talk show televisivo in cui la vicenda viene raccontata, approfondita e sviscerata attraverso l’intervento di testimoni e studiosi.

In un salotto televisivo a metà tra Chi l’Ha Visto? e Porta a Porta, il conduttore Marco Simeoli presenta la vicenda al pubblico in sala con i contributi degli ospiti: i fisici Enrico Fermi ed Edoardo Amaldi (rispettivamente Sebastiano Colla e Stefano Messina); la moglie del primo, Laura (Cristina Pellegrino); lo psichiatra, Prof. Giulio Doorfman (Andrea Giuliano); lo storico, Prof. Enrico Ricci (Claudio Pallottini);  la zia di Ettore Majorana (sempre Cristina Pellegrino) in collegamento dalla Sicilia.

Prima di arrivare in studio, lo spettacolo si apre con il Senatore Arturo Bocchini (Nicola D’Eramo), Capo della Polizia fascista che, sollecitato da Giovanni Gentile ad indagare sulla scomparsa di Ettore Majorana, liquida facilmente il caso come suicidio, non intendendo andare oltre nella vicenda, nonostante il suo inetto segretario (Edoardo Baietti) continui a portargli messaggi di personaggi altolocati interessati a far luce sulla vicenda.

Il Majorana Show è uno spettacolo  ricco di pregi strutturato su livelli diversi che si  amalgamano in un complesso molto ben riuscito.

Innanzitutto mette in luce un evento storico molto importante; tracciando un quadro biografico del protagonista del titolo e del suo entourage, offre uno sguardo lucido su eventi  e personaggi  di enorme spessore intellettuale che hanno segnato la storia della scienza, della fisica e, in generale, dell’umanità.

In secondo luogo mette in luce la dicotomia, a volte  drammatica, tra scienziato e uomo, ponendo un problema etico fondamentale: Ettore Majorana, infatti, con le sue scoperte fu il “teorizzatore” della bomba atomica, mentre Enrico Fermi ne fu tra i realizzatori. C’è un momento molto significativo e di grande impatto nello spettacolo in cui con tatto e sensibilità si riflette su questo.

I due aspetti citati, trovano il loro spazio narrativo in un divertentissimo gioco teatrale che attraverso il talk show mescola commedia, cabaret e narrazione dando una lettura realistica dell’Italia di ieri e di oggi, poi non così diversa nei suoi aspetti peggiori.

Utilizzare il talk show come sede del dibattito, oltre ad essere elemento di grande contemporaneità, consente di utilizzare un linguaggio diretto e semplice e toni leggeri, senza per questo sminuire il senso di quanto enunciato.

La televisione è un mezzo che arriva a tutti: miscelando il reale col virtuale, il documento storico col pettegolezzo rende i temi trattati e le teorie presentate fruibili da tutti. Lo stesso conduttore scende spesso tra il pubblico per coinvolgerlo, prendendo ad esempio una signora in prima fila a rappresentare la cosiddetta “casalinga di Voghera”, proprio ad esprimere la necessità che il messaggio possa essere compreso da tutti.

La trasmissione poi, così come i format a cui siamo abituati, presenta momenti di pausa, tra i balletti di Cristina Pensiero (con coreografie curate da lei e Stefano Bontempi) e le canzoni interpretate da Elena Lo Forte e Carlotta Proietti (accompagnate al piano da Andrea Bianchi), che alleggeriscono il tono.

Tra battute travolgenti che tengono sempre alto il ritmo e divertenti siparietti, si dipana il mistero della scomparsa di Ettore Majorana facendo intravedere sullo sfondo le debolezze passate e presenti del nostro Paese.

Il Majorana Show è uno spettacolo da vedere e godibilissimo; un testo molto ben scritto per una storia che, sebbene abbia serie radici storiografiche, è molto originale e gestita con una sapiente commistione di generi e di linguaggi.

Questo spettacolo crea un genere teatrale nuovo, in cui concetti e pensieri seri e profondi vengono esposti in maniera leggera, con un linguaggio comprensibile a tutti e in un clima di grande divertimento senza però che questo sminuisca il significato generale o ridicolizzi la storia trattata. Ci sono, anzi, grande precisione storica, rispetto e importanti riflessioni.

La regia è molto attenta: Marco Simeoli nel suo ruolo di conduttore è brillante ed esilarante, energico e dinamico, ed è appunto il regista di tutta una serie di situazioni divertentissime.

Lui, Sebastiano Colla e Stefano Messina creano dei siparietti esilaranti in grande sinergia.

Il Majorana Show è uno spettacolo davvero bello: ha il pregio altissimo di far conoscere una storia che moltissimi ignorano, presentando un periodo storico importante visto dal punto di vista di un circolo esclusivo di grandissimi intellettuali e sollevando questioni etiche importanti, allo stesso tempo divertendo enormemente.

Claudio Pallottini ha scritto un ottimo testo che bilancia perfettamente documenti storiografici con la commedia e la prosa brillante. Un genere davvero nuovo.

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Elena Arvigo in Donna Non Rieducabile. Teatro Argot Studio, 13 maggio 2016.

Recensione di Flaminio Boni

 

Donna non rieducabile è un memorandum teatrale di Stefano Massini ispirato ai reportage di Anna Politkovskaja ed è frutto di un progetto di e con Elena Arvigo, prodotto dal Teatro delle Donne – Centro Nazionale di drammaturgia.

Anna Politkovskaja è stata una giornalista russa molto conosciuta per il suo impegno sul fronte dei diritti umani, per i reportage dalla Cecenia e per l’opposizione al Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin.

Per i suoi articoli lucidi che descrivevano l’orrore della guerra tra Russia e Cecenia divenne un personaggio molto scomodo tanto da essere definita una “donna non rieducabile” termine che in Russia indica quelle persone irriducibili che non condividono o addirittura osteggiano la politica del Governo e che non cambiano idea nemmeno per convenienza o per salvarsi la vita.

Il 7 ottobre 2006, Anna Politkovskaja venne assassinata nell’ascensore del suo palazzo, mentre stava rincasando con la spesa. Al suo funerale intervennero duemila persone, ma nessun rappresentante del governo russo. Anzi, alla domanda di una giornalista su cosa pensasse della donna, un politico rispose: “Anna Politkovskaja? Non la conosco”

Stefano Massini, ha scritto questo testo, tratto dai quaderni della Politkovskaja, creando venti quadri, venti immagini che propongono una visione lucida degli orrori accaduti in Cecenia attraverso il racconto di esperienze e testimonianze, sapendo trasmettere vividamente emozioni e atmosfere: la sua intenzione non è convincere il pubblico di una verità, ma stimolarlo a riflettere, oltre che su temi evidenti quali la crudeltà e l’inumanità della guerra, anche su altri che per noi possono apparire scontati, quali, per esempio, la  libertà di stampa e le responsabilità che derivano dalla conoscenza dei fatti.

Venti quadri che diventano un monologo, anzi più monologhi: istantanee che fotografano momenti terribili, crudeli e tragicamente veri facendone immagini in movimento veicolate dalla parola: edifici distrutti di Groznyi, polvere in aria, gasdotto, la testa gocciolante di sangue, il ripostiglio, il guerriero mercenario diciannovenne che spera che la guerra non finisca perché ci campa, la crisi del teatro Dubrovka, la guerra, la fame vera, la disperazione, le rapine continue, gli omicidi costanti, donne violentate e per questo ripudiate.

Immagini terribili, crudeli, inumane non mostrate, ma evocate dalla parola.

Monologhi che Elena Arvigo ha vissuto come un progetto di studio, informandosi e studiando per capire esattamente di cosa stesse andando a parlare e che questa stessa intenzione sembra voler trasmettere al pubblico: non accettare sterilmente ciò che ci viene proposto dai media, ma informarsi, approfondire, conoscere in prima persona.

Elena Arvigo porta sul palco una donna forte e orgogliosa, ma anche impaurita, che tutti i giorni fa i conti con la morte, che le si muove accanto ad ogni passo. Una donna che non ha mai smesso di cercare la verità e di farla conoscere al mondo.

In un’ora e quaranta minuti circa, la Arvigo non solo interpreta, ma vive e fa vivere aspetti diversi di un’unica terribile realtà. Ad ogni nuovo quadro lo spettatore è lì a chiedersi quale altra umanità corrotta oppure annientata, annullata, offesa e distrutta starà per presentare.

In una narrazione fatta di quadri, la Arvigo ci conduce attraverso un tessuto narrativo denso e profondo che coinvolge totalmente, un tessuto la cui trama attraversa la vita della Politkovskaja nelle sue esperienze più significative.

La potenza del testo è detonante e l’interpretazione della Arvigo è eccelsa; la sua partecipazione al personaggio è piena, l’aderenza totale. Attraverso gli occhi di Elena penetriamo negli occhi della Politkovskaja per vedere con essi gli orrori di cui lei stessa è stata testimone.

Elena ha un potere nella voce, nella modulazione, nel suo posare le singole sillabe di una parola avanti o indietro tale da riuscire a dare risalto alle immagini che evoca. Il suo sguardo è sempre così profondo, sembra quasi che attinga a chissà quale luogo lontano dentro di sé per riportare in superficie quella luce particolare adatta a quel singolo momento.

La Arvigo regala momenti di lirismo puro e di compostezza poetica muovendosi su un palco quasi vuoto e sfuggendo, a volte, la luce.

In scena con lei una grande cornice in legno che usa con destrezza trasformandola ora in porta, ora in panca di una chiesa, ora in bara. Dietro di lei, ma anche su di lei al centro della scena, scorrono a volte immagini, altre volte scritte a sottolineare, a enfatizzare una frase recitata o un intero passo.

Il movimento, sebbene costretto da una scena esigua, è sempre diverso: la voce cambia, il passo cambia; la scena cambia, il passo cambia; la luce cambia, il passo cambia; l’orrore e il dolore non cambiano mai e il passo si ferma.

Donna non rieducabile è un testo civile (della civiltà o, meglio inciviltà), una testimonianza politica e sociale di chi in prima persona per anni ha visto e vissuto gli orrori che si svolgevano quotidianamente in un piccolo, minuscolo paese dimenticato da tutti e di cui nessuno parla.

Per estensione, diviene un Teatro sociale che parla per tutte quelle realtà parimenti drammatiche, tragiche e violente di cui si tace perché non fa comodo parlarne o verso le quali non c’è interesse perché lontane da circuiti di interesse economico o politico.

Donna Non Rieducabile

Memorandum teatrale di Anna Politkovskaja

di Stefano Massini

un progetto di e con Elena Arvigo

CREDITI :

video designer: Andrea Basti

foto di scena: Damiano D’Innocenzo

produzione: Teatro delle Donne – Centro nazionale di drammaturgia

si ringrazia la collaborazione artistica di Rosario Tedesco e le residenze presso Rialto Sant’ Ambrogio e Exlavanderia di Roma

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