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Fabrizio Emigli ci racconta il progetto “Sopra c’è Gente” all’Antica Stamperia Rubattino

CAMBIO DI STAGIONE: Si smontano le tensostrutture sui lungoteveri, che hanno rinfrescato l’estate ai romani, si spengono le luci sui barconi lungo il fiume perché con l’arrivo di Ottobre si riapre la stagione invernale dei locali.

Le note musicali che si potevano ascoltare dai marciapiedi, tornano a chiudersi nelle cantine e nei sottoscala, attente a non disturbare troppo chi abita sopra!!!

Da questo “assunto” del non disturbare nasce il nome del progetto “Sopra c’è Gente!” che si svolge all’interno dell’ Antica Stamperia Rubattino a Testaccio a pochi passi dalla piazza che ospita il Teatro Vittoria.

La “Romachesuonabene” lontano dagli stadi di cui abbiamo parlato anche in altre occasioni ha nella serata di fine settembre aperto la sua stagione con il concerto di Edoardo De Angelis e Michele Ascolese , ma sentiamo dalle parole del direttore artistico (e bravo cantautore n.d.r.) Fabrizio Emigli la loro prossima programmazione.

LA PROGRAMMAZIONE DI OTTOBRE E NOVEMBRE

PROGRAMMAZIONE SOPRA C'E GENTE

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I Camillas, il difficile compito di fare musica felice

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Venerdì 16 settembre I Camillas, come da tradizione consolidata, hanno riaperto la stagione del club ‘Na Cosetta di Roma. Li abbiamo incontrati in occasione del loro live nel quale ci hanno raccontato un po’ di tutto su di loro e su come non sia sempre facile fare musica felice come si potrebbe pensare, vediamo perché…

I Camillas, irriverenti, istrionici, fantasiosi, a tratti surreali calcano le scene indie da molto tempo e nel 2015 sono arrivati anche in finale nel talent show “Italia’s Got Talent”. Ma la loro storia nasce da molto prima. Il loro primo album “Everybody in the Palco” risale al 2007. Da li altri quattro dischi, ma anche un libro (“La rivolta dello Zuccherificio”), molti concerti, qualche esperienza televisiva e tante altre cose.

Incontrandoli, in occasione del live a ‘na Cosetta al Pigneto (Roma), locale dove oramai da tempo aprono la stagione musicale, abbiamo scoperto tante sfaccettature di questo incredibile duo, oggi diventato un trio con l’ingresso di Michael Camillas alla batteria. Già, proprio così Michael Camillas, perchè per uno strano gioco che in questo li rende molto simili a un gruppo rock come i Ramones, utilizzano il nome del gruppo ribattezzando ogni membro, a partire da loro stessi, Zagor e Ruben, come se fosse un loro fratello con il cognome Camillas. Ruben e Zagor Camillas, ovviamente non sono fratelli, ne cugini, ma solo amici che si sono conosciuti come ci spiegano, andando a vedere ognuno di loro il concerto dell’altro. I loro veri nomi sono…no non ve lo diciamo!!!! Lasciamo che resti un piccolo mistero…per ora!

 Ruben, è chitarra e voce, mentre Zagor suona le tastiere. Entrambi compongono i pezzi, senza mai un’idea precisa all’inizio, ma partendo da alcuni spunti, improvvisando e andando avanti. Cosa molto “jazzistica” se vogliamo, ma loro non fanno jazz, forse nemmeno indie-pop, hardcore minimal o alternative…cosa fanno ce lo dicono chiaro e tondo:”fanno musica felice

Come si potrebbe definire la vosta musica e il vostro modo di suonare?

Zagor:Ci piace suonare seduti, con luce avvolgente, suoni candidi. Dopo di che, con l’arrivo di Michael alla batteria, la questione è completamente cambiata. Questo brillare del jazz nel suo modo di suonare, questo appoggiare le bacchette, non colpire la batteria, ha fatto si che ci approcciassimo anche al jazz, ma non come musica, come improvvisazione, come stile di vita, come modo di intendere le cose.”

Ruben:E’ stata un po’ come la storia del jazz, che nei momenti in cui il “free” è arrivato, in questa maniera così aggressiva all’interno della sua storia, il jazz si è arrestato . Noi abbiamo voluto riprendere il discorso un po’ da li, nel momento in cui il free è arrivato, senza diventare dei classicisti, ma cercando di riprendere la storia da li!”

Zagor:Manteniamo questo brillare del jazz, portandolo su un canale diverso, facilmente navigabile e percepibile, allegro, funk, godibile…un jazz con piccoli spiragli di luce pop, spiragli che però “abbagliano”, così come è giusto che sia”

Ruben:”Nel momento che il jazz cade, c’è quella venatura di pop a riprendere il tutto.

I Camillas:saranno ancora loro, con la verve che li contradistingue ad aprire la nuova stagione de 'na Cosetta

Voi come vi siete conosciuti? E da quali esperienze venite?

Zagor:Noi ci siamo conosciuti in un negozio di dischi e ai nostri reciproci concerti. Io andavo a vedere i concerti suoi e della sua band di allora, lui i miei e della mia band di allora. Un terzo amico è arrivato e ci ha detto:”facciamo un disco insieme”.  Da li è nata questa idea di fare musica felice insieme.

Musica felice? Cosa significa?

Zagor:Musica felice, significa “musica felice”. E’ molto facile fare musica triste, fare musica felice è più difficile: fare musica ballabile, techno-fighissima, movimentata, la musica che reca stati d’animo ben precisi. Non deve mai mancare l’allegria, in ogni passaggio della nostra musica. Quando ci accorgiamo che qualche passaggio manca dell’allegria giusta e della felicità giusta, cambiamo tutto.

Ruben:”Ci sono accordi, giri di basso e altri passaggi che possono arrecare uno stato d’animo “non felice” a chi ascolta la nostra musica. Noi cerchiamo di depurare la nostra musica da qualsiasi accordo possa apparire “triste”.

Quindi voi nei vostri brani, trattate solo temi allegri?

Zagor:”Non sempre. Parliamo anche di stati d’animo come la tristezza, l’amore, la solitudine, l’abbandono. Ma sempre con leggerezza, anche un testo abbastanza triste, può diventare più felice se si è messo all’interno di una musica allegra e ritmata, senza nessun passaggio “triste”

Ruben:”Mi viene in mente un cantautore come Piero Ciampi. Lui faceva testi divertenti spesso, accompagnati da un fondo musicale malinconico. Noi in questo caso facciamo l’esatto contrario, quando vogliamo parlare di argomenti più “pesanti” li allegeriamo con la musica felice che facciamo. Poi ovviamente ci sono canzoni felici in tutto, musica e testi entrambi spensierati.”

Live a na Cosetta

Perché dite che è difficile fare questo tipo di musica? Qualcuno ripensando allo stile cantautorale italiano potrebbe dire che fare canzoni “tristi” sia difficile in Italia…vedi cantautori come Tenco, De André, o lo stesso Ciampi…

Ruben:”Ma vedi, alla fine Ciampi in effetti faceva a suo modo “musica felice”, per questo veniva emarginato. Lui rideva un po’ della bruttezza, prendendo con leggerezza temi drammatici. I testi leggeri, si scontravano con la pesantezza e la durezza della musica. Lo stesso Tenco in brani come “Ciao Amore”, faceva musica felice.”

Zagor:Tenco pure in certi brani faceva sorridere, pure mantenendo un sottofondo d’amarezza.“

Ruben:”La musica italiana tende sempre un po’ al “tristone”. Il “tristone” è un’entità dentro la quale tutti ci si possono riconoscere, troppo facilmente.”

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Effettivamente le canzoni italiane sono per la maggior parte improntate su tre temi: l’amore, l’amore non corrisposto con tutte gli stati d’animo che comporta, la fine dell’amore con l’inevitabile senso di abbandono, smarrimento e solitudine. Invece le vostre canzoni di cosa parlano?

Zagor:Anche di questo, ma vogliamo giocare con ogni tipo di situazione. Dalla più struggente e amara alla più divertente.”

Ruben:”Noi facciamo molto lavoro sulla forma. Il problema della musica italiana è che sta sempre sul contenuto. Questi cantautori fanno bellissime canzoni, bellissimi testi e poi vanno a fare dischi prodotti in studi con batterie che hanno il suono tutto uguale, sembra tutto finto. Noi lavoriamo sulla struttura del suono, fa molto più emozionare un suono più esile, più strutturato più vero”

Quando parlare di lavoro sulla struttura vi riferite anche allo schema della canzone stessa? Tipo strofa-ritornello-strofa, che voi non fate…

Zagor: Non è vero che non lo facciamo. Facciamo anche canzoni con quello schema. Però altre sono diverse. Dentro ogni nostro album tu troverai canzoni strofa-ritornello-strofa, ma anche altre che sono di un minuto e trenta che insistono tutte sullo stesso accordo. Un’altra canzone che abbiamo fatto che si chiama “Il Codice” ed è suddivisa in tre parti, una suite che inizia come una classica canzone d’autore, poi si apre ad altri generi”

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Come create le vostre canzoni?

Zagor: Nascono li per li, da vari spunti. Non c’è niente di preconcetto, nasce tutto dall’improvvisazione e poi si crea la struttura attorno. Ma non c’è niente della musica o del testo, che sia già stato pensato in precedenza. Ogni brano ha una sua origine diversa. E’tutto molto libero, improvviso, istintivo…un gioco istantaneo”

Ruben:” Nell’ultimo annetto, ad esempio, abbiamo fatto dei brani con il nome della città dove l’abbiamo suonata per la prima volta. L’abbiamo suonata li e l’abbiam composta li nel momento dell’esibizione. Componiamo i pezzi durante il soundcheck…quindi abbiamo canzoni che si chiamano “Busto”, “Prato”, “Atalanta” che l’abbiamo fatta a Bergamo. Pezzi che nascono nell’andare a una città o nel trovarsi in quella città”

Che ci potete dire dei nuovi lavori in cantiere?

Ruben: A ottobre saremo in sala per iniziare a lavorare sul nuovo album”

Zagor:Qualche brano nuovo ce lo abbiamo, ma ogni disco alla fine è la prosecuzione del precedente, laddove termina il precedente si creano le basi del nuovo. E’ tutta la prosecuzione di un discorso iniziale.”

Sull’idea del contenuto e del titolo del nuovo album i Camillas lasciano trapelare qualche indiscrezione: sarà un disco molto ispirato dalla musica e dal lifestyle dell’East Coast americano, non dovrebbe prevedere collaborazioni e probabilmente si intitolerà “Discoteca Rock”….ma con i Camillas mai dare nulla per scontato,  fedeli al loro stile libero, mai creato a priori potrebbero regalare sorprese all’ultimo momento.

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Let’s Duo: il divertimento a ritmo di swing

Piji con gli Swing Dogs, duo composto da Guido Giacomini e Piercarlo Salvia

Piji con gli Swing Dogs, duo composto da Guido Giacomini e Piercarlo Salvia

Spostate le lancette del tempo: Let’s Duo, la nuova rassegna musicale curata dall’attenta direzione artistica di Piji Siciliani a Stazione di Posta al Testaccio, vi condurrà dai frenetici giorni nostri ai poetici anni venti

Di Raffaella Ceres

“Parola chiave: duo”. Con una battuta, che poi tanto battuta in fondo non è, Piji Siciliani scatta la sua personale istantanea per descrivere e presentare la nuova rassegna musicale inaugurata lo scorso 28 luglio a Stazione di Posta, ristorante nel cuore di Roma e sotto il cielo di Campo Boario. Let’s Duo, prosegue il cantautore romano, “è la giusta formula per presentare le più interessanti e divertenti  formazioni a due nel mondo del jazz e dello swing romano, che tutti i giovedì di agosto e settembre si avvicenderanno nel suggestivo giardino di Stazione di Posta. Queste formazioni sono state messe insieme per rendere speciali i dieci appuntamenti serali in questo spazio bellissimo nel cuore di Testaccio.”

Piji e Bateau Manouche al Vinile (15)

Pierluigi Piji Siciliani, in una foto di repertorio. Piji è il direttore artistico di questo nuovo progetto “Let’s Duo” a Stazione di Posta al Testaccio

Lo spazio in effetti bellissimo lo è davvero: si respira una calma dimenticata, di quelle che ti fanno venir voglia di sorridere anche senza un preciso perché.

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Da sinistra Piercarlo Salvia e Guido Giacomini del duo Swing Dogs

“La cosa bella di suonare qua è poter stare sotto le stelle e la luna”, ci spiega ancora Piji che è il direttore artistico della rassegna. Quest’anno lo spazio di Campo Boario non accoglie il fermento culturale di Eutropia e la poesia di questa landa  romantica emerge dai contrasti di uno spazio molto ampio da riscoprire nella sua complessa essenzialità. “Sembra di entrare in un set cinematografico vuotissimo pieno in realtà di spazi suggestivi, come se fossimo in un film di Woody Allen. In questo posto si può cenare, bere, ascoltare della musica oppure fare persino tutte e tre queste cose, scherza Piji, e persino ballare. Non c’è nulla, nessun abito o set o microfono vintage che ti possa portare davvero indietro nel tempo come la giusta atmosfera e suggestione generata dalla voce e dalla musica degli artisti che si alterneranno durante la lunga estate romana a ritmo di Jazz & Swing. Ho scelto di inaugurare la rassegna con Guido Giacomini  e il bravissimo clarinettista Piercarlo Salvia del duo Swing Dogs perché è una delle formazioni più importanti per il mondo dei ballerini e per la voce unica, rotta e nasale di Guido Giacomini capace di creare un’atmosfera perfetta seguita per questa serata d’apertura dalle danze swing con una dj-selection d’antan ed una “social dance” a cura della coppia d’oro Lucie Q & Bunny Donowitz. A stazione di Posta si potrà stare, passeggiare, ascoltare, semplicemente guardare la luna: questo è un luogo delle meraviglie.”

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Un momento della serata di ieri a Stazione di Posta

Let’s Duo! Lasciatevi catturare dunque dal fascino di una passeggiata fra le emozioni dal gusto retrò, dalle gustose proposte dello Chef Luigi Nastri e le miscele firmate Co.So. dei bartender di Stazione di Posta ma, soprattutto, dalla musica che vi porterà alla giusta distanza da tutto quello che non è magia. Noi ve lo abbiamo raccontato…ora non vi rimane che andare a scoprire cosa vi riservano i Giovedì di Stazione di Posta.

I prossimi concerti
4 agosto – VALERIA RINALDI DUO
11 agosto – HENZAPOPPIN-CORTESE DUO
18 agosto – TWO BLIND MIC
25 agosto – GALVANI/PAGANI DUO
1 settembre – NICOLA e DANIELE CORDISCO DUO
8 settembre – Mk2
15 settembre – AUGUSTO CRENI DUO
22 settembre – VELOTTI/ARIODANTE DUO
29 settembre – ENTRE CUERDAS

Stazione di Posta
Largo Dino Frisullo, Roma (zona Macro Testaccio)
Telefono: +39 06 57 43 548 Mail: info@stazionediposta.eu – www.stazionediposta.eu
PARCHEGGIO GRATUITO

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Steve Norman: concerti, tributi e ricordi

Il grande sassofonista, chitarrista e percussionista degli Spandau Ballet al centro di una esclusiva intervista. Il prossimo 24 giugno sarà di nuovo a Roma, dopo lo show dello scorso febbraio con il dj set anni ’80 in coppia con Claudio Ciccone. La location dello spettacolo “Sotto gli occhi di Roma” (dal titolo del libro della scrittrice Patrizia Palombi), sarà Il Pincetto, via dell’Acqua Paola 4 (Zona Pineta Sacchetti).

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(Photo by Pasquale Cerza)

Prima di tutto, parliamo del progetto per Bowie, com’è stato? Come ti sei sentito dopo il tour con i suoi ex musicisti in cui riproponevate per intero lo storico album “Station to Station”?

“Beh, io sono sempre stato un fan di Bowie, sin dal 1972, quando c’erano gli Spiders from Mars con Mick Ronson, Trevor Bolder e Mick Woodmansey. Quello è stato sicuramente un punto di svolta della mia vita e posso dire lo stesso anche a nome degli altri Spandau. Noi tutti siamo stati influenzati da lui, era impossibile per la nostra generazione non essere travolti dalle sue invenzioni, dai suoi gesti ambigui, dalla creatività che portava. Ricordo ancora quel famoso gesto provocatorio mentre Mick suonava la chitarra, eravamo tutti lì davanti alla tv a guardare “Top of the Pops”. Il giorno dopo, a scuola, commentavamo sempre quello che avevamo visto nel programma, che era la nostra unica fonte musicale. Il look di David, tutto era così rivoluzionario e trasgressivo. Per il progetto, ho incontrato Tony Visconti e anche Earl Slick, che è stato l’altro chitarrista dopo Ronson e abbiamo deciso di metter su questa superband  per onorare la sua memoria, nell’anno della sua scomparsa.”

Quest’estate, invece, stai organizzando un gran bel festival , nei pressi del castello di Clitheroe, con grandi nomi…

“Ci sto lavorando da un anno con un mio grande amico, comincerà il 6 luglio e si concluderà il 9, con un giorno di pausa, previsto per il 7. Le teste di serie sono i Simply Red, Echo and the Bunnymen, Mike Peters e gli Alarm…”

A proposito di Mike, cosa pensi di lui?

“E’ una gran bella persona, un uomo straordinario, che ha combattuto e combatte la sua battaglia contro il cancro. Lui per me è lo Springsteen della Gran Bretagna, un grande operaio della musica, che ha scritto canzoni stupende, sono molto orgoglioso di averlo nel mio festival. Abbiamo anche suonato insieme in passato, su Youtube si può trovare una nostra versione live di “Gold”, con lui all’armonica.”

Adesso dimmi qualcosa degli Spandau Ballet. Tutti noi vogliamo sapere se vi incontrerete di nuovo presto.

“Voi tutti avrete ormai capito come l’ostacolo maggiore sia Tony, il cantante che ha deciso, per il momento, di focalizzarsi sulla sua attività da solista. Non capisco la sua logica. E’ una sua decisione e la devo rispettare. Ma farò e faremo il possibile per pressarlo e convincerlo a tornare in concerto con noi. Gli ultimi due anni sono stati fantastici, in tour dappertutto, in Italia sembravamo acquistare maggiore popolarità man mano che i giorni e le date si susseguivano, è stato bellissimo e sarebbe un peccato non dare un seguito. Noi abbiamo un grande amore per l’Italia, come si sa, al di fuori di ogni parola ruffiana. E’ il pubblico ideale, quello a cui ambire di più.

Una cosa che ho sempre voluto chiederti: quali sono i tuoi assoli di sax preferiti nelle canzoni degli Spands? Io ho sempre amato quelli di “Only when you leave” e “With the pride”.

Questo è tipicamente italiano, i tuoi gusti lo sono. Il motivo principale per cui gli italiani hanno amato e amano gli Spandau è il loro gusto per la melodia. E ti confesso che anche io amo molto questi due assoli, o quello di “True”, che forse è il più  suggestivo.

Tornerai presto in Italia, a Roma, il prossimo 24 giugno. Dicci qualcosa del tuo dj set (nato da un’idea di Pasquale Cerza) con il dj Claudio Ciccone.

“Io e Claudio ormai suoniamo insieme da tanto tempo, mi piace perché posso improvvisare, so che lui è sintonizzato sui miei gusti e sulle mie inclinazioni musicali, sa quando mi deve seguire, scegliamo insieme i pezzi e ci troviamo molto bene. Sarà una celebrazione, una grande festa, un evento per chi ama gli Spandau e la musica degli anni ’80. Sono brani che fanno “saltare dalla sedia”. Sarò solo io, ma ci sarà da divertirsi, questo è sicuro. Lo show è fatto apposta per far cantare il pubblico con canzoni con le quali tutti noi siamo cresciuti.”

Se ti chiedessi di definire le differenze  tra la musica e la creatività degli anni ’80 e oggi, cosa diresti?

“Beh, sai, c’è una differenza abissale. Allora era tutto invenzione, creatività. Allora le band si formavano a scuola, per strada, spontaneamente. La band era il fulcro di tutto, l’evasione. Adesso la musica rappresenta molto contorno, poca sostanza. Adesso sono gli uomini d’affari che si mettono al tavolino e decidono  per filo e per segno un qualcosa di cui l’artista è solo il prodotto finale.”

Pensa a tre canzoni storiche degli anni ’80, le prime che ti vengono in mente.

Così d’improvviso mi viene in mente Prince, che se n’è andato da poco. E’ stato incredibilmente grande, basti pensare al singolo album “Purple Rain”, a canzoni come “When doves cry” o alla meno conosciuta “Get off”, che mettevo su in rotazione e non riuscivo a smettere di ascoltare.

Hai mai pensato a una carriera da solista?

“No, guarda…ho molte offerte, album, dischi da solista. Ma in realtà non fa per me. A me piace stare sul palco a suonare con gli altri, a cantare, interagire. Come Keith Richards e Bernard Fowler, mi piace stare lì a suonare, altrimenti mi annoio.”

E noi lo aspettiamo, per divertirci e sognare con lui.

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Sayf1 e Think, strade di versi rap

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Vengono da quella Terra di Mezzo in cui ogni sogno è possibile. Masticano sogni e tracciano strade di versi, con la testa ben sintonizzata sulla realtà metropolitana, gli occhi dentro la vita vera, l’orecchio alla musica del passato, quella dei maestri. Sono Sayf 1 e Think, due giovanissimi rapper romani, con un futuro ancora tutto da disegnare ma tante idee su come descriverlo, attraverso le rime.

Del resto, i linguaggi musicali cambiano, oggi la rabbia giovane delle nostre periferie, il codice della ribellione sono quelli del rap, dell’hip hop, del free style. Persino le ragazze li ascoltano, attratte forse dall’autenticità di un genere che, nato negli States tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80, non conosce crisi, anzi.

In questa intervista, i due ragazzi raccontano la loro arte metropolitana, fortificati da un ottimo riscontro sul web, con un canale YouTube, quello di Sayf, che fa boom di visualizzazioni.

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Intervista ad Antonio Melissa per Amalfi Musical.

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Intervista di Flaminio Boni

 

Antonio Melissa studia pianoforte e canto e si esibisce con diverse cover band aggiudicandosi vari premi in concorsi canori e manifestazioni nazionali. Si appassiona successivamente alla danza, maturando presto una forte passione per il Musical Theatre.

Conferisce il Diploma Accademico presso il Lim – Laboratorio Ials Musical e successivamente approfondisce lo studio della recitazione all’Accademia di Arti Drammatiche Teatro Senza Tempo. Segue numerose Masterclass e Laboratori con grandi professionisti del settore.

Dopo diverse esperienze lavorative che lo vedono coinvolto in corti, videoclip e programmi televisivi, esordisce come autore e regista oltre che interprete con l’opera “Zero”

Entra a far parte della compagnia new generation per la Tournée del Musical “Forza Venite Gente” regia M.Paulicelli, nel ruolo di capo arabo.

E’ autore e regista del Musical Snoopy Show; recita a fianco di Ivana Monti ed Enzo Garinei; è protagonista del dramma Around Macbeth ispirato all’opera Shakespeariana.Sperimenta il teatro danza in diversi spettacoli ispirati alle Opere Dantesche e con spettacoli sperimentali come “Silent Movie Ghost” di Mino Freda.

Attore professionista, docente di movimento scenico alla DAREC, insegnante di recitazione presso la Danzarmonia Academy di Roma diretta da Sabrina Moranti, è stato protagonista e aiuto regista in “Uomo Tra Gli Uomini – Cos’è la santità se non un sì”, scritto e diretto da Sabrina Moranti e andato in scena al Teatro Sistina il 25 e 26 aprile scorsi.

Attualmente Antonio è protagonista di Amalfi Musical, spettacolo che sarà in scena fino ad ottobre nella suggestiva cornice dell’Arsenale della Repubblica di Amalfi e in altre location circostanti.

E’ proprio di questo spettacolo che parleremo nell’intervista.

Antonio, ho avuto occasione di intervistare Ario Avecone, autore e regista di Amafli Musical che mi ha raccontato come sia nata l’idea di questo spettacolo, il cammino che ha fatto e la sua struttura.

Tu in Amalfi Musical sei il protagonista, che si chiama come te. Raccontami questa esperienza.

Sono entrato quest’anno nel cast a seguito di audizioni che si sono tenute a livello nazionale e che hanno ottenuto un buon riscontro con aspiranti provenienti da tutta Italia.

Io ho il ruolo del protagonista che si chiama Antonio; per la verità mi alterno nel ruolo con Ario, anche se prendo parte alla maggior parte delle repliche.

Antonio è un bel personaggio; è l’eroe della storia, un cavaliere amalfitano che torna a casa dopo un periodo nel Ducato di Napoli e trova la sua città cambiata, non più spensierata come prima, ma sotto il dominio longobardo e l’assedio saraceno.

Ritrova i suoi amici, Ottavio (Jacopo Siccardi) e Carlo (Michelangelo Nari/Pasquale Raia), con cui decide di organizzare una rivolta per liberare la città e ritrova l’amore di una volta, Giovanna (Martina Cenere/Myriam Somma), la protagonista femminile della storia.

Antonio è un uomo dai nobili valori, uno spirito audace, esperto del combattimento a corpo e con le

armi. Nello spettacolo ci sono molti combattimenti; quello finale con la spada è molto avvincente e la gente indietreggia per paura di essere colpita. 

So, infatti, che lo spettacolo è molto fisico e interattivo in qualche modo.

Sì, ci sono diversi combattimenti sia a corpo che a spada nei quali c’è una verità scenica molto forte: ci colpiamo realmente, non possiamo fingere tanto le botte. Certo le botte sono ovviamente trattenute, esercitando anche una resistenza muscolare, ma le spade sono vere, pesanti. E’ tutto molto avvincente.

Da parte del pubblico, che è dentro la scena a pochi centimetri da noi, c’è grandissima partecipazione: la gente entra in questo mondo. L’Arsenale è già un set storico bellissimo che rapisce lo spettatore. In più, poi, grazie all’atmosfera creata con gli effetti, le luci magnifiche e gli attori in costume, si compie davvero un viaggio indietro nel tempo.

Ci sono poi anche interventi diretti sul pubblico, durante l’assedio saraceno, in cui alcuni spettatori vengono presi in ostaggio e minacciati con tanto di pugnali: è, quindi, uno spettacolo interattivo e avvincente.

E’un lavoro proprio bello. Anche se io ricopro il ruolo del protagonista, in realtà siamo tutti protagonisti. Ne escono tutti vincenti, è uno spettacolo abbastanza equilibrato nei ruoli e sono tutti ottimi ruoli. 

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Come ti sei preparato a questo personaggio? Hai dovuto imparare a tirare di scherma?

In realtà, avevo già una preparazione: ho fatto scherma e ho già interpretato coreografie con la spada medievale perché ho ricoperto un altro ruolo in cui utilizzavo la spada.

Anche Jacopo Siccardi è molto preparato: ha fatto scherma a livello agonistico e insieme riusciamo a costruire nuove coreografie di combattimento. Capita, infatti, che apportiamo delle varianti a seconda degli spazi in cui ci esibiamo. 

Hai dovuto togliere qualcosa di te per affrontare questo personaggio?

In effetti mi hanno quasi sempre dato ruoli da cattivo o personaggio ambiguo: sono stato Scar ne Il Re Leone,  un Cappellaio Matto molto pungente ne Il Mondo di Alice, Il Male in Uomo tra gli Uomini.

Qui, invece, sono l’eroe buono, quello che perdona: il mio personaggio, infatti, si trova a vivere anche il tradimento dell’amico Carlo.

Antonio è un uomo di nobili valori, non si sporca mai del sangue di nessuno nonostante i combattimenti.

Cosa, invece, hai portato di te nel personaggio?

Di me ho portato tutta la dimensione fisica, di movimento, tutta la dinamica corporea. Insegnando biomeccanica e dinamica teatrale in fin dei conti mi sono trovato anche facilitato nei movimenti, negli spostamenti anche scenici, non solo nei combattimenti a corpo e con la spada. Essendo una location molto particolare, non c’è un palco, abbiamo uno sviluppo enorme di spazio. Il fatto di avere questa preparazione fisica mi ha aiutato parecchio. 

Cosa mi dici per ciò che riguarda la vocalità?

Amalfi Musical è uno spettacolo molto cantato e, quindi, anche il mio personaggio canta molto: nei reprise, nei duetti e anche nelle canzoni corali.

Su questo fronte c’è stato uno studio molto attento per soddisfare una visione precisa che Ario già aveva e riuscire ad esprimere quello che voleva anche nella dimensione vocale di Antonio. 

Con Ario ho parlato della impostazione musicale di questo spettacolo? Tu cosa mi dici?

Amalfi Musical tocca l’opera, seppur sfiorandola, e si potrebbe definire un’Opera Musical.

Se proprio volessimo provare a fare un confronto, potrebbe avvicinarsi, a livello musicale, a Notre Dame de Paris.

La musica rapisce, è una partitura molto bella, con tanti reprise e molti motivi utilizzati anche come sottofondo musicale al recitato.

E’ davvero poco lo spazio non musicale.

Quali altre caratteristiche fanno di questo musical uno spettacolo da non perdere?

Amalfi Musical è uno spettacolo veramente bello; un atto unico senza tempi morti, dal ritmo serrato.

Ha un grande valore storico perché racconta eventi realmente accaduti: Sicardo è esistito veramente ed era un principe longobardo, dominatore di Benevento, Salerno e della Costiera amalfitana.

Anche Giovanna è un personaggio reale: si tratta di Giovanna d’Aragona che, dopo  la morte del marito, il Duca di Amalfi, si risposò col maggiordomo Antonio da cui ebbe due figli e per questo fu rinchiusa, ad opera del fratello, nella Torre di Amalfi dove morì di fame.

Lo spettacolo, quindi, presenta dei riferimenti storici reali, seppure romanzati.

Come è questa nuova esperienza di Amalfi Musical per te?

E’ uno spettacolo bellissimo di cui sono veramente entusiasta; un importante progetto che porta ad Amalfi valore aggiunto e che sta riscuotendo un grandissimo gradimento da parte del pubblico che si emoziona sempre molto.

Tra di noi ci siamo trovati subito molto bene sia dal punto di vista professionale che umano. Si è creato un bellissimo rapporto tra tutti caratterizzato da una grande sinergia e tanto entusiasmo e abbiamo  fatto subito gruppo, creando anche un ambiente rassicurante oltre che molto professionale.

Inoltre siamo stati accolti ad Amalfi come in una grande famiglia: la gente ci riconosce, ci riempie di attenzioni e si preoccupa che non ci manchi nulla.

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Antonio nel ruolo di Scar in The Lion King

(progetto realizzato con Andrè de La Roche)

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Antonio nel ruolo de Il Male in Uomo Tra Gli Uomini

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Intervista ad Ario Avecone per Amalfi Musical.

 

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Intervista di Flaminio Boni

 

Ario Avecone, classe ’75, nasce come cantante esibendosi a lungo in tutto il sud Italia con la band Rialta; nel 2002 vince le selezioni regionali per la Campania per il premio Mia Martini e l’anno successivo partecipa alle finali del Festival di Castocaro.

Nel 2004 comincia una lunga collaborazione con la Compagnia MusicArtEventi diventando anche attore, interpretando il doppio ruolo di Jesus e Judas in Jesus Christ Superstar. Per la stessa compagnia sarà anche autore e protagonista maschile di Le Magie del Moulin Rouge con repliche in tutta Italia nel 2006, con Fabrizio Checcacci e Kate Kelly.

Nel 2007 e 2008 sempre con la Compagnia MusicArtEventi è coautore e protagonista maschile, insieme a Nathaly Caldonazzo, Ramona Badescu e Graziano Galatone di Musical Romantico, con numerose repliche nel sud Italia.

Intanto, nel 2005, per Atellana Produzioni è il cantante principale in L’Ulitmo Scugnizzo.

Nel 2009/2010, per Sipario di Luce Produzioni è in Musicals of the World con Vittorio Matteucci, Graziano Galatone, Claudio Campagno e Fabrizio Checcacci.

Nel 2011, per GiustaMinori Produzioni è il cantante protagonista maschile nel musical Anni ’60.

Dal 2012 al 2015, ancora con Sipario di Luce Produzioni, è autore e protagonista maschile di Amalfi Musical. Anche quest’anno continua la sua attività con Amalfi Musical, di cui è anche regista e in cui ogni tanto si alterna con il nuovo protagonista Antonio Melissa.

E’ proprio in occasione della ripresa delle repliche di questo spettacolo, che intervisto Ario Avecone per conoscere meglio il suo lavoro. 

Ario, che cos’è Amalfi Musical?

Amalfi Musical è uno spettacolo innovativo che si fonda su elementi storici reali. Racconta della nascita della prima repubblica marinara, quella di Amalfi appunto, che è storia del territorio e, per estensione, di tanti altri luoghi simili nel Medioevo.

Siamo poco prima dell’anno 1000, non esiste un’unità regionale; allora la penisola era suddivisa in tanti piccoli territori che si riunivano tra loro e diventavano piccole realtà. Amalfi fu la prima repubblica marinara, poi seguita dalle altre. In questo spettacolo racconto la nascita della repubblica amalfitana e un periodo della storia italiana. E’ un racconto vero della storia locale, ma anche, in generale, del Medioevo.

Da quale esigenza nasce questo Musical?

Volevo creare uno spettacolo teatrale innovativo, originale e non convenzionale. Inoltre volevo che fosse uno spettacolo stanziale, che potesse rimanere in scena a lungo. Sono napoletano ormai naturalizzato ad Amalfi da tantissimi anni e mi è sembrato naturale raccontare questa storia. Gli amalfitani in quell’epoca erano sotto il dominio dei longobardi; ad un certo punto il popolo con l’aiuto della Chiesa organizza una rivolta, che è esattamente quello di cui parla lo spettacolo, e si liberano creando la prima repubblica del primo medioevo, uno dei primi casi di repubblica post romana. Da lì seguirà un periodo storico breve, ma molto importante.

Che tipo di spettacolo é?

Lo spettacolo è completamente originale e ha un carattere epico; prevede un contatto diretto con il pubblico che è seduto intorno alla scena a dieci centimetri dagli attori. Il pubblico è in certo modo protagonista: sente il respiro dell’attore, ne avverte le vibrazioni; ogni emozione viene passata da attori e cantanti al pubblico e ricambiata. Penso che questa sia la bellezza del Teatro.

Si ritorna un po’ alle origini del teatro del medioevo, quando i cantastorie giravano per le piazze ed esponevano i propri antichi racconti in uno scambio immediato con la gente. Anche qui c’è uno scambio diretto tra attori e pubblico.

E’ un tipo di spettacolo che piace moltissimo agli stranieri e in particolare agli anglosassoni che sono abituati ad un rapporto più diretto. Inoltre, stando qui, la location e la situazione facilitano molto nel creare l’atmosfera giusta.

A differenza di altri spettacoli è tutto il contesto che segue la linea dello spettacolo: si passa in un piccolo tunnel  per entrare in questo magnifico edifico che sono gli Arsenali, un struttura realmente dell’anno 1000; poi grazie agli effetti, alle luci e ai suoni ci si immerge immediatamente nella storia che continua come un viaggio nel tempo.

C’era l’idea di dare vita a dei fantasmi persi nel tempo che riprendono  forma e raccontano una storia eterna: ci sono il bene e il male, si parla di amore e libertà.

E’uno spettacolo che non ha una conduzione complessa perché deve essere capito da tutte le lingue (grazie a dei sopratitoli): abbiamo per il 70% spettatori stranieri appassionati di Teatro e Musical che vengono appositamente per lo spettacolo e che hanno una cultura in materia. E’ ancora più difficile perché non si tratta di uno spettacolo  folcloristico, ma di un vero e proprio musical. 

Amalfi Musical è una creatura completamente tua: testo e libretto.

Sì. Testo, libretto e anche i costumi sono miei. Per le luci ho collaborato col grande Alessandro Caso che è un esperto in questo campo.

Non c’è scenografia in questo spettacolo, non ci solo elementi scenici: per scelta tutto è lasciato alle luci, all’ambiente e agli attori. 

Trattandosi di un Musical ci si aspetterebbe che oltre al recitato e al cantato ci siano parti ballate.

Invece no, non c’è danza qui: la danza viene sostituita dai combattimenti. Ci sono molti combattimenti  e sono tutti reali, fatti con armi vere. Non c’è nulla di falso; tutto ciò che di solito copre la danza nel musical qui viene fatto con combattimenti all’arma bianca. 

Parliamo dell’impianto musicale. Che tipo di musicalità dobbiamo aspettarci?

Grazie a mia madre sono cresciuto con una grande passione per la musica lirica e classica di cui ho una buona conoscenza: Puccini, Verdi, Rossini…

Amalfi Musical non è un musical pop. Ho scritto uno spettacolo molto orchestrato, però ho messo dentro anche un’altra parte di me. Sono stato per tanti anni un musicista rock e ho creato un connubio tra elementi classici e rock che ha dato un’impronta particolare alla musicalità.

Lo spettacolo nasce nel 2012 e abbiamo già fatto cinque stagioni di rappresentazioni.

Noto dopo più di trecento repliche in quattro anni che questo stile piace molto, si avvicina allo stile anglosassone (tipo I Miserabili) dove c’è l’armonia della melodia classica, ma c’è anche l’impatto del suono moderno che va  a dare una sferzata. 

Amalfi Musical sarà in scena ad Amalfi, presso l’Arsenale della Repubblica fino a ottobre il mercoledì e il sabato. Però ho letto che sono previsti spettacoli anche altrove.

Sì, si svolge di mercoledì e sabato ad Amalfi, ma quest’anno abbiamo deciso di ampliare un po’ il discorso sempre in zona, in altre location storiche particolari, portandolo anche in esterna e creando un allestimento parallelo senza spostare nulla all’interno dell’Arsenale.

Questa estate sono previste circa 130 repliche in cinque mesi. Grazie anche a questo, quest’anno abbiamo avuto una risposta molto importante ai casting.

Fino adesso avevamo cast locali; quest’anno, invece, abbiamo ricevuto più di mille richieste da tutta Italia e ci sono volute quattro, cinque giornate di casting. Grazie a questa grande offerta il livello si è alzato.

Un’ultima considerazione?

Amalfi Musical è un’esperienza molto particolare, direi unica; è uno spettacolo in cui tutti crediamo molto. Chi ci entra capisce quanto sia particolare e non può non amarlo, tanto che i primi fan sono gli attori stessi. 

Grazie all’esperienza fatta e a questo nuovo, formidabile cast, Amalfi Musical è pronto per girare l’Italia e, magari, anche per essere esportato all’estero con una formula leggermente diversa. 

 

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Georgie Il Musical – Interviste al cast. Teatro Orione 20-21-22 maggio 2016.

Continua il viaggio alla scoperta dei personaggi e dei protagonisti di Georgie Il Musical, che debutterà a Roma, al Teatro Orione, il 20 maggio 2016.

Claudia Cecchini – Georgie

Debutta giovanissima nella prosa, proseguendo i suoi studi, poi, all’Accademia SDM – Scuola di Musical di Milano. La sua formazione vanta pure studi di canto lirico.

Claudia interpreta qui la protagonista: Georgie.

Ecco cosa ci racconta: “Quello di Georgie è forse uno dei ruoli più difficili che mi sia mai capitato di dover interpretare. Un ruolo complesso per l’evoluzione da bambina a donna che subisce nel corso dell’opera. Lo spettacolo parte infatti nel momento della primissima adolescenza della ragazza, quando la spensieratezza scandisce le giornate della piccola Georgie nella sua amata terra australiana. Ma ben presto, ombre dal passato ed eventi traumatici cambieranno radicalmente la sua vita, facendola crescere velocemente e rendendola quella donna ferita, ma forte, che ritroverà se stessa alla fine dello spettacolo.

Nell’approccio attoriale ho cercato di tenere come costanti delle caratteristiche fondamentali del ruolo, come la dolcezza, la spontaneità e la forza d’animo, che identificano sempre Georgie, dall’inizio alla fine della sua storia. 

Poi mi sono data modo di crescere con lei, accentuando i lati più puerili e fanciulleschi nella prima parte, ed enfatizzando invece quelli più drammatici dopo, coerentemente con gli eventi che accadono sulla scena.

La sfida è grande: un ruolo importante e complesso da portare in scena, con una psicologia articolata e per niente lineare. Ma l’ho accettata e non vedo l’ora di calcare il palco del Teatro Orione nei panni di Lady Georgie!

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Foto di Anna Rita Barbarossa e Laura Fazzi

Massimiliano Lombardi – Dick e cover di Lowell

Massimiliano si è diplomato all’Accademia professionale di musical  “Darec Academy” diretta dal M° Gino Landi . Ha studiato canto con Adriano Scappini, Enrico D’Amore, Giò di Tonno e Simone Sibillano e pianoforte, teoria musicale e recitazione. Conta numerose esperienze nel  Teatro musicale.

Massimiliano interpreta Dick ed è cover di Flavio Gismondi per il ruolo di Lowell.

Leggiamo cosa ha da dirci.

Dick è uno spazzacamini di Londra, giovane e bello. Classica persona affidabile e sincera che si farebbe in quattro per aiutarti. E’proprio quello che fa con Georgie, Lowell, Arthur e Abel. Rappresenta la parte più pura, senza maschere, dell’uomo del popolo che senza pensarci sa sempre dove schierarsi, al servizio della giustizia e della pace. La prima apparizione è alla festa del suo matrimonio con Emma, ragazza del popolo anch’essa e lo vediamo circondato da amici, in strada, che canta, balla e beve in allegria. Apre le porte del suo cuore e di casa sua a due sconosciuti in difficoltà senza mai  chiedere nulla in cambio. Lui ed Emma sono principe e principessa del popolo! Per loro è un amico sincero e prezioso, un punto di riferimento in mezzo a tanta falsità e tanto “male”!!!!

Mi piace moltissimo questo personaggio perché appunto rappresenta i valori di cui parlavo prima. Cerco sempre di essere il più sincero e diretto possibile, per trasmettere verità e fiducia. Seppur non molto sviluppato come personaggio, spero di riuscire a farlo arrivare al pubblico e, perché no,magari a farlo anche amare!”

Tu hai preparato anche il personaggio di Lowell. Cosa ci dici di lui?

“Lowell è il nipote del governatore, un nobile di origine e di famiglia. Promesso ad Elise, perfida e arida¸ è combattuto tra la sua alta posizione e Georgie, per la quale rinuncerebbe ad ogni cosa, materiale e non. Si ammala gravemente di tisi, malattia che lo renderà ancor più debole e fragile. Nonostante la sua fermezza nel lasciare Elise per Georgie ed il suo tentativo di fuggire con lei non risulta proprio un cuor di leone e alla fine, per curarsi, perderà definitivamente Georgie seguendo così Elise e la possibilità economica di salvarsi la vita che solo quest’ultima può assicurargli.

Per interpretarlo sicuramente bisogna curare anche l’aspetto fisico, quindi adottare una postura ed un “tono” decisamente più nobiliari, cercando di portare sempre una certa eleganza nei movimenti e nell’atteggiamento. Essendo un ragazzo abituato alla compostezza, cerco di comunicare con gli occhi, lo sguardo e il sorriso ciò che sente piuttosto che con il corpo come fa Abel.”

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Foto di Anna Rita Barbarossa e Laura Fazzi

Stefano Colli – Governatore/Kenny/Bandito

Stefano si avvicina al mondo del musical durante gli anni del Liceo. A nemmeno trent’anni vanta già numerosissime esperienze musicali importanti come cantante. Nel 2011 si aggiudica il Premio speciale della Critica al Festival degli autori di Sanremo con il brano inedito “E giro pagina”. Vincitore del 1° Concorso Internazionale di Canto Musical Moncalvo In Canto, nel 2013 trionfa nella categoria Big al Solarolo Festival. Poi arriva il Musical: “Messer Filippo”, “Riunione di Compagnia”, “Sogno di una notte di mezza estate”.

Pubblica con etichetta SanLuca Sound il suo primo singolo Indifferente  che ottiene ottimi riscontri sul circuito indipendente. Viene selezionato tra i 10 finalisti della 58° edizione del Festival di Castrocaro esibendosi in diretta su Rai1 in prima serata.

In Georgie, Stefano è una grande presenza. Facciamocelo dire da lui.

“In Georgie – Il Musical mi è stato affidato il compito di interpretare 3 ruoli molto diversi tra loro. Ho cercato di dare ad ognuno una precisa caratterizzazione, lavorando anche sulla postura fisica e il timbro di voce. Nel primo atto sarò il Governatore che inaugura la nuova ferrovia, evento importantissimo e rivoluzionario per l’epoca. In un certo senso sarò il responsabile del primo bacio tra Georgie e Lowell: la giovane protagonista se lo guadagnerà  in una sfida a colpi di boomerang. E’ autorevole, maturo, ma anche l’unico personaggio rassicurante e positivo che andrò a interpretare nello spettacolo.

Subito dopo vestirò i panni del capociurma Kenny, uomo di mare infimo e meschino, un mercenario senza scrupoli che viene “arruolato” da Jessica per uccidere Georgie, che gli viene presentata nei panni del marinaio Joe Buttman. Secondo la visione che mi sono fatto di Kenny, ha avuto una storia con Jessica e comunque è abituato a fare affari con lei. Tra loro esiste una perfida complicità, è falso e doppiogiochista, ma alla fine dei conti questo suo atteggiamento gli si ritorcerà contro.

Nel secondo atto sarò il perfido scagnozzo di Irwin Dangering al fianco del bravissimo Roberto Fazioli, con il quale è scattata dal primo giorno di allestimento una grande complicità. Stiamo lavorando insieme sulle diverse personalità di questi due banditi, che sono in realtà molto diversi tra loro: io tra i due sono certamente quello più sadico e viscido, disposto ad assecondare ogni capriccio del perfido Dangering, anzi quasi compiaciuto nel farlo, ai danni del povero Arthur. Insieme al regista Marcello Sindici abbiamo deciso di dargli comunque un’impronta quasi disneyana, nonostante siano perfidi e grotteschi, risultano anche impacciati, goffi e divertenti: per darvi un riferimento, “Pena e Panico” di Hercules, ve li ricordate? Solo un pò più dark!”

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Foto di Anna Rita Barbarossa e Laura Fazzi /Stefano Colli e Roberto Fazioli)

Maurizio Di Maio – Irwin Dangering

Cantante attore Bari-Tenore e sopranista, vanta varie collaborazioni televisive in qualità di corista in trasmissioni Rai e Mediaset, accompagnando grandissimi artisti. Numerose esperienze teatrali. Collabora artisticamente per note produzioni discografiche con O. Vanoni, R. Zero, Giorgia. Canta e doppia il film La sposa cadavere di T. Burton. Attualmente e’ nel cast del musical Appuntamento al buio nel ruolo di Alex con la regia di Piero di Blasio.

Maurizio interpreta Irwin Dangering.

Per la prima volta mi trovo ad interpretare il ruolo del “cattivo”, un ruolo complesso che ho dovuto studiare a fondo leggendo attentamente il manga originale da cui è ispirato questo musica. Un carattere complesso, infido, viscido, subdolo, ma allo stesso tempo anche fragile, vittima del suo stesso potere, segnato da un percorso complesso e da una famiglia aristocratica troppo austera, troppo rigida, che non apprezzerebbe mai la sua vera natura, né una personalità intimamente così debole. E’ questo che porta Irwin a costruirsi una maschera da cattivo che gli serve per difendersi dalle sue fragilità, per sostenere la sua inquietudine tirando fuori il peggio di sé fino ad abusare del suo potere per ottenere un amore impossibile.”

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Foto di Anna Rita Barbarossa e Laura Fazzi

Stefania Paternò – Jessica.

Inizia il suo percorso artistico all’età di 12 anni con un lungo iter di studi. Nel 2005 entra a far parte della scuola del Teatro Biondo Stabile di Palermo.

In qualità di attrice di prosa prende parte a vari spettacoli. Successivamente si trasferisce a Bologna, dove frequenta la Bernstein School of Musical Theater (BSMT) dove, in qualità di triple performer, prende parte a vari musical.

Nel 2016 prende parte come attrice in due corti teatrali, alla rassegna  Short Lab presso il teatro Cometa Off,  a marzo debutterà con il musical Il libro della Giungla.

Stefania in Gerogie interpreta Jessica.

“Jessica è una donna di facili costumi che s’innamora di Abel, a cui allieta molte notti che il giovane trascorre fuori casa nel tentativo di dimenticare Georgie.

Quando scopre la verità sui sentimenti del giovane non esita a chiamare un ”killer” per uccidere la rivale.

Jessica è un personaggio molto interessante, intensa, sofferente, con mille sfaccettature che la rendono cattiva, ma al tempo stesso di una fragilità disarmante.

Jessica era molto legata al padre la cui morte genera in lei un profondo tormento ( il padre muore tragicamente in nave ), è quindi costretta a crescere molto velocemente e a costruirsi una corazza per sopportare tutto il dolore provato, è una donna sfacciata, apparentemente forte, ribelle, arrogante, provocante e sicura di sé. È la proprietaria di un pub frequentato da gente poco raccomandabile, lei stessa lavora come prostituta all’interno del locale gestendo a sua volta altre prostitute. È una donna arrabbiata con la vita e con un disperato bisogno d’amore. Quando incontra Abel se ne innamora perdutamente idealizzandolo moltissimo, è affascinata dalla sua bellezza, dalla sua forza, dal suo temperamento e dal suo coraggio.

Jessica vive con grande dolore l’abbandono da parte di Abel, rivivendo il trauma della perdita del padre, perde la lucidità e il controllo, ed è costretta a trovare un colpevole, ovvero Georgie.

Sto vivendo molto intensamente questo personaggio, in qualche modo la comprendo, diventa cattiva per il dolore che ha dentro seppur mantenendo una grande dignità.

Ma come spesso accade preferisce far ricadere la colpa di tutto sugli altri piuttosto che guardarsi dentro veramente…

Scoprirsi davvero, accettarsi e perdonarsi è la cosa più difficile ma anche la più bella che ognuno di noi possa riuscire a fare e Jessica sicuramente accecata dalla rabbia e dalla sete di vendetta non ha gli strumenti adatti per poterlo fare, quindi rimane sola vittima del suo stesso rancore e delle sue stesse paure.”

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Rosy Messina – Elise Dangering

Diplomata in teoria e solfeggio presso l’Istituto Vincenzo Bellini di Catania, e in danza classica e moderna, ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento della didattica musicale presso la scuola popolare Donna Olimpia. Numerose esperienze nel mondo della musica e del teatro. Nel 2015 è stata direttrice corale dell’’evento “Oscar del Musical Italiano” per la regia di Marco Simeoli, musiche del M. Dino Scuderi e le coreografie di Stefano Bontempi.

In Georgie Rosy intepreta Elise.

“Elise è la nipote del Duca Dangering e promessa sposa di Lowell. La presenza di Georgie scatena il peggio di lei, ovvero rabbia, ostilità, competizione che la spingono ad organizzare piani diabolici per far allontanare Lowell da Georgie, soprattutto quando si rende conto che questi è davvero innamorato di lei.

Il personaggio di Elise, però, ha un colpo di scena. Il brano che canterò “Il vuoto intorno” è’ un momento particolare della storia: Lowell, quasi in fin di vita, torna da Elise che dimostra di essere, dietro quella corazza dura piena di superficialità e freddezza, una ragazza fragile e con un desiderio. Anche lei avrebbe voluto conoscere l’amore, perché, anche se troppo tardi, si rende conto che sarebbe stata capace di amare.

Ho affrontato il personaggio con grande difficoltà perché è molto lontano da me. Io sono molto passionale ed istintiva al contrario di Elise che non si scompone mai e nonostante il colpo duro che riceve da Lowell non lascia trasparire alcun segno di sconfitta. Grazie all’aiuto della nostra acting coach Brunella Platania, ho lavorato molto sulla razionalità, la lucidità, la freddezza del tono, mi ha praticamente ripulito di qualsiasi emozione (e non è stato per niente facile) per poi far progredire il personaggio e farlo arrivare colmo di sentimenti repressi nel brano che canta con Lowell tra le braccia.

Spero davvero che il pubblico possa capire questo personaggio; lo dico con il cuore perché io per prima ho imparato una cosa: niente è’ come sembra! Anche chi appare asciutto emotivamente in realtà, in fondo a tutti quei panni, soprattutto se sono nobili, nasconde un cuore che batte. La nostra Elise è proprio così: c’è tanta sofferenza dentro di lei. Non ha avuto una famiglia che gli ha regalato affetto né amore, solo potere e una vita piena di ricchezze e Georgie le si presenta come la dimostrazione che forse tutta quella ricchezza non avrebbe mai colmato il vuoto che aveva dentro. Soltanto una cosa avrebbe potuto farlo: l’amore!!!”

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Foto di Anna Rita Barbarossa e Laura Fazzi

Paolo Barillari – Duca Dangering

Divide la propria attività artistica in tre principali filoni: canto e musica,  recitazione e attività di autore compositore e paroliere. Suoi numerosi brani del Musical “Rapunzel” con Lorella Cuccarini. Nel 2014 è tra gli otto vincitori del concorso “AREA SANREMO”.

Dall’Ottobre 2015 porta in scena un musical inedito dal titolo “Diglielo a tutti” di cui è autore, e di cui cura la regia e debutta al Teatro di Milano il 2 ottobre 2015. E’ tuttora docente di canto, chitarra e recitazione, sia privatamente, sia in numerose scuole e accademie.

Paolo ci racconta il suo personaggio in Georgie: il Duca Dangering.

“Il Duca Dangering è un personaggio molto bello, fin dalla sua costruzione nel romanzo. Con lui si butta un occhio sulla problematica clamorosa dell’ottocento, quando in Inghilterra cominciano ad arrivare le droghe pesanti. Lui è uno dei primi importatori e spacciatori di droga, un nobile che usa il suo titolo per traffici illeciti di materiali dalle colonie inglesi, tra cui la droga che spacciava. In questo modo poteva mantenere un alto tenore di vita che era già considerevole essendo lui un  nobile.

Il Duca di Dangering è un uomo assetato di potere; il brano solista è una celebrazione dell’amore per il denaro e per il potere. Il Duca quando vede il denaro ne resta come ipnotizzato, mentre si incattivisce per raggiungere il potere. E’ come diviso in due:da una parte è una persona normale che ama il denaro, dall’altra sa diventare cattivissimo per la brama di potere.

Il Duca è un uomo di grande potere a Londra, tanto da avere l’autorità di coprire le azioni malvagie del nipote Irwin. Nonostante questo non condivide le intenzioni del nipote che usa il potere per seviziare i ragazzetti chiusi nelle segrete del castello mentre lui non concepisce la cattiveria fine a se stessa, ma la intende finalizzata ad accumulare denaro e potere.

Il Duca è un personaggio di una cattiveria totale, una cattiveria disneyana. Il cattivo disneyano è stereotipato: denaro/potere-potere/denaro, bianco e nero, anche per renderlo facilmente fruibile dai bambini.

Irwin, invece, è un cattivo più interiorizzato, ha molte più sfumature. Irwin è un cattivo vizioso: a causa delle droghe e attraverso le droghe sevizia; ha una cattiveria più complessa e scandalosa.”

Come hai affrontato questo personaggio?

“C’è da dire che mi danno sempre o ruoli comici o da cattivo, o simpaticone o bastardo. Mi diverte perché il Duca ha una doppia faccia, in società appare tutto bravo, poi si rivela essere di una enorme crudeltà.

Ho una canzone che mi piace tantissimo. Il Potere che Avrò è un pezzo molto comodo sulle mie corde.

Io sarei un tenore, il pezzo è da baritono, però ha quei sol diesis e quei la che sono note che un tenore può permettersi di spingere e che, non essendo particolarmente alte, possono essere colorate e sporcate. Così gioco sul personaggio: quando parla emetto un suono acuto e pulito, quando invece manifesta la sua brama di potere e cattiveria la voce diventa più sporca. E’ un personaggio che mi permette di giocare su queste differenze.

Quello che spero di evitare è di renderlo comico, perché pur essendo un personaggio disneyano deve inquietare e questa è la sua difficoltà.”

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Foto di Anna Rita Barbarossa e Laura Fazzi (Maurizio di Maio e Paolo Barillari)

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Foto di Anna Rita Barbarossa e Laura Fazzi

Potete leggere anche:

http://www.flaminioboni.it/georgie-il-musical-conferenza-stampa/

http://www.flaminioboni.it/georgie-il-musical-cast-creativo/

http://www.flaminioboni.it/georgie-il-musical-cast-artistico/

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Alessandro Deledda, ci parla di “Morbid Dialogues”, suo ultimo lavoro tra jazz e sperimentazione

Alessandro Deledda

Ha cominciato ad appassionarsi alla musica dall’età di cinque anni, il jazz l’ha conosciuto ascoltando i brani di Bill Evans, l’arte dell’improvvisazione l’ha imparata studiando Ravel, Debussy, Bartok e Bach. Alessandro Deledda oggi è uno dei più interessanti nomi del panorama jazzistico italiano, con “Conception & Contamination” del 2010 sperimenta la contaminazione tra più generi, con “Morbid Dialogues”, torna alla musica più introspettiva.

Alessandro Deledda, ha da poco pubblicato il suo nuovo album, a sei anni di distanza dal precedente lavoro. Il titolo è “Morbid Dialogues“, che a detta di Alessandro, dovrebbe diventare una sorta di marchio di fabbrica, “un virus da “infettare” ad altri musicisti, ovvero alzarsi dal letto, prendere un treno o un aereo per andare a dialogare morbosamente su di un palco con qualsiasi musicista che abbia voglia, nel rispetto della tradizione, di non marcare nessuna linea di confine”, ci dice. Insomma da questo lavoro, sembra parta una nuova storia, una storia che ci racconta in quest’intervista lo stesso Alessandro Deledda, con il quale abbiamo piacevolmente, anzi “morbidamente” dialogato, di questo e di molto altro, compresa la sua attività didattica e l’attuale situazione della musica e dell’insegnamento della musica in Italia, che da sedici anni, aspetta una concreta riforma.

Questo è il tuo primo disco da “Conception & Contamination” del 2010, se non erro. Rispetto a quel lavoro cosa cambia in “Morbid Dialogues”?
Sicuramente cambia la voglia di condividere con altri musicisti questa mia propensione alla sperimentazione e alla contaminazione che già in “Conception & Contamination” era molto radicata anche se in una forma più individualista. Un dialogo con me stesso prima, e condiviso con altri musicisti poi, direi un percorso voluto fortemente e frutto di una ricerca sempre più costante e, se vogliamo maniacale, stavolta maggiormente basata sullo strumento, il pianoforte, e sul linguaggio più jazzistico a cospetto del primo disco che era invece più impregnato di elettronica.”

 Quando è nata la tua passione per la musica? E perché il Jazz?
“Avevo 5 anni, vivevo in un borgo meraviglioso che si chiama Paciano, ero affascinato da una piccola tastiera che aveva un nostro amico di famiglia, da quell’organo hammond irresistibile, per lo più il parroco a volte mi faceva suonare un bellissimo organo in Chiesa, iniziavo a suonare i primi accordi, ero felice nel distinguere quell’accordo maggiore da quello minore e mi affascinava anche aggiungere una settima alla triade, e forse si poteva aggiungere dell’altro che non sapevo. Ma in paese non c’erano molte possibilità per imparare musica, se non un maestro di fisarmonica che passava per i paesini del circondario ad insegnare solfeggio e strumento di pomeriggio dopo la scuola.
Poi con la famiglia ci trasferimmo a Perugia, entrai in Conservatorio, ma cercavo altro dalla musica, qualcosa che la rendesse meno canonica e più improvvisata, più tensiva, e allora iniziai le mie prime esperienze come tastierista nei gruppi pop con i primi sintetizzatori ma…odiavo il Jazz! Non capivo come fosse possibile improvvisare al piano in quelle dodici note a caso: poi mi ci avvicinai con tigna e curiosità e scoprii come questo meraviglioso mondo non era a caso ma dettato soprattutto dalla voglia di ricercare disegni ritmici, armonici e melodici assolutamente architettonici, attraverso una dizione più particolare. Ascoltai per la prima volta Bill Evans: e lì fu amore a primo ascolto perchè vi trovai tutto ciò che cercavo!”

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Il pianoforte è stato il tuo primo amore?
“Come già detto si! Ma ero assai indisciplinato nello studiare. Non amavo particolarmente Bach, ma perchè non lo avevo capito. Detestavo leggere e mi chiedevo: ma perchè devo leggere e riprodurre un qualcosa di già scritto, c’è un modo in cui possa inventare qualcosa io (in modo da non leggere)? E li iniziai ad amare Bach, prendendo qualche suo frammento dalle invenzioni a due voci e facendolo mio come spunto di improvvisazione: non leggevo, improvvisavo! Questo mi insegnò quindi ad amarlo e fu il primo mio approccio con l’improvvisazione pianistica, nonchè mi avvicinò alla musica Classica e quindi alla lettura. E allora tutto diventò figo: Ravel, Debussy, Bartok…erano tutti jazzisti per me, in realtà era il mio cervello che iniziava un processo di deframmentazione e assimilazione di informazioni che poi avrebbero maturato la mia voglia di ricerca. Non esiste ricerca se non si guarda al passato.”

Cosa significa per te fare Jazz in Italia al giorno d’oggi? E visto che svolgi anche un’attività didattica molto importante, cosa vuol dire insegnare jazz? O cosa significa insegnare musica in generale, vista anche l’attuale situazione didattica in Italia circa la musica?
“Credo che in Italia ci sia un panorama di jazzisti di grande valore. Io credo che stia vivendo un momento di grazia per quanto riguarda la creatività ma la difficoltà maggiore sta nel riuscire ad emergere e a farsi conoscere dal pubblico e dalla critica. Troppo spesso bisogna seguire delle logiche di marketing che poco hanno a che fare con i musicisti e con la musica. Per altro non ci sono molti gli spazi dove è possibile proporre dei progetti originali. Diciamo che in questo momento nel nostro paese la cultura è messa un po’ da parte.
Per questo diventa difficile anche insegnare jazz ad allievi bravi che vorrebbero emergere.
Io ho una mia scuola “Piano, Solo” , molti vengono a studiare jazz anche se a loro dico che il jazz non si insegna ne si impara dai libri, quello che tento di fare attraverso una metodologia assai personale, è trasmettere dei valori imprescindibili ai miei ragazzi quali il senso di abnegazione e sacrificio alla ricerca di un qualcosa che sia più personale possibile, che determini un vissuto, ed una personale libertà di linguaggio che possa provocare ebbrezza.
Oggi il Jazz è rappresentato dal 50% di iscritti nei Conservatori italiani ed occorre che la riforma in itinere da 16 anni della Legge 508 sia quanto prima approvata, un biennio di jazz all’estero ad oggi non vale nulla al contrario dei conservatori europei, occorrono programmi più aggiornati altrimenti questo contenitore istituzionale di giovani promesse limita la crescita e la vita professionale di chi con una laurea di Jazz riconosciuta voglia andarsi a confrontare con altre realtà al di fuori dell’Italia o trovare lavoro nella didattica presso le scuole del nostro Paese.
Per questo, in questo periodo sono stato molto vicino attivamente alla giornata di protesta dei Conservatori italiani.”

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 Tornando alla musica e quindi alle note più piacevoli (è il caso di dirlo), tu hai collaborato con alcuni dei migliori artisti internazionali, della scena jazz, ricordiamo le tue collaborazioni con Ares Tavolazzi, Marco Tamburini, Luca Aquino, Howard Curtis….solo per citarne alcuni. Chi di loro ti ha lasciato il ricordo di qualche aneddoto al quale ti setni particolarmente legato? Chi di questi ti ha maggiormente colpito o emozionato?
Beh ognuno di loro mi ha lasciato tanto.  Non mi sento di citarne qualcuno poichè con ognuno di loro durante i concerti ho avuto modo di suonare con stima interscambio di idee e rispetto reciproco, da ognuno di loro ho imparato qualcosa, ognuno di loro mi ha lasciato elementi per poter crescere e migliorare sempre più che ad oggi custodisco parsimoniosamente. Però, posso piacevolmente dire che vivrei giornate intere a bere vino con Ares, perchè lui con le parole è penetrante, ti fa crescere, inoltre a parlare scherzosamente del mio taglio di capelli con Luca Aquino, piuttosto che a registrare con Stefano Senni che quando sono al set di elettronica mi chiama “Cecchetto”, o a spedire messaggi di cui non dico il contenuto a Bearzatti di prima mattina.
E Marco (Tamburini) , con il quale ho condiviso un concerto indimenticabile, lui ha lasciato un vuoto enorme…un abbraccio ovunque tu sia!”

Ti senti spesso attratto come tanti (vedi Fabrizio Bosso, Enrico Rava, Danilo Rea, Stefano Di Battista) dalla musica pop? Accetteresti o collaboreresti con artisti pop o pensi che il jazz e il pop debbano comunque mantenersi su strade differenti?
“Io vengo dal pop, l’ho suonato molto, ho prodotto molte cose in questo ambito, il pop richiede tanta disciplina, credo che non sia un genere diverso dal Jazz, ritengo piuttosto che i due linguaggi possano sfiorarsi fortemente in certi casi, ragion per cui tutti gli esperimenti dei sopracitati musicisti al servizio della musica pop siano stati di grande spessore e abbiano dato un valore aggiunto inestimabile a questo genere musicale. Non ti nascondo che oggi, un esperimento in questo ambito lo farei con molta più spensieratezza e passionalità rispetto al passato avendo ovviamente più cose da dire. Chissà che non accada…”

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La formazione presente in questo nuovo album è nata per questa situazione (come spesso accade nel jazz che ci si confronta sempre con musicisti differenti), oppure si tratta di collaborazioni più o meno stabili, con i quali collabori di frequente?
“Morbid Dialogues nasce sicuramente dall’esigenza di fare un viaggio, finalizzato alla realizzazione di un progetto che possa mettere in luce un tipo di improvvisazione libera, un modo di lavorare attraverso un procedimento che considero opposto alla composizione: partire dall´improvvisazione libera per arrivare al componimento durante il suo percorso estemporaneo.
Prendere una direzione sconosciuta con dei compagni di viaggio che abbiano voglia di intraprendere insieme questo cammino con libertà, un pizzico di follia e una buona dose di incoscienza. Dialogare quindi attraverso dei gesti musicali, dei timbri , delle intenzioni ritmiche o semplicemente dei messaggi “in codice” da raccogliere simultaneamente al fine di creare un qualcosa che possa avvicinarsi quanto più possibile ad una composizione finale.
Tutto ciò con Ferdinando e Silvia era già nato nel mio “Evolution Trio”, a questi si è aggiunta quasi per caso la presenza di Francesco Bearzatti che è stata determinante per un quartetto molto poliedrico.
Ma vorrei che Morbid Dialogues non rimanesse soltanto il titolo del mio disco, ma una sorta di marchio di fabbrica, un virus da “infettare” ad altri musicisti, ovvero alzarsi dal letto, prendere un treno o un aereo per andare a dialogare morbosamente su di un palco con qualsiasi musicista che abbia voglia, nel rispetto della tradizione, di non marcare nessuna linea di confine.”

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Piji Siciliani:”Le cose semplici non fanno per me!”

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La voglia di immaginare che cosa succede se tu prendi un brano meraviglioso come “C’è chi dice no” di Vasco e provi a suonarlo come lo avrebbe suonato Django Reinhardt; la figata sta in quello, nel far incontrare mondi lontanissimi tra di loro e scoprire che le grandi canzoni vengono sempre bene.” Parola di Piji Siciliani che con il nuovo progetto “Piji & Bateau Manouche”, continua  a sperimentare in acustico la fusion musicale tra jazz e pop già proposta con successo insieme agli Electroswing

Pierluigi “Piji” Siciliani, torna di nuovo in pista e lo fa alla grande come nel suo stile. In occasione del primo live ufficiale del suo nuovo progetto “Piji & Bateau Manouche” che si è tenuto mercoledì 17 febbraio al Vinile di via Giovanni Libetta a Roma, abbiamo incontrato il poliedrico artista romano (cantautore, showman, conduttore radiofonico, direttore artistico e scrittore, da quello che sappiamo noi, ma forse, anzi, sicuramente molto di più…) che da sempre e con orgoglio, si dedica nella sua attività artistica a creare un connubio tra canzone d’autore italiana e vari  generi, tra cui soprattutto il jazz e il tango, in un approccio live particolarmente teatrale.

La summa dei suoi “due più grandi amori della vita” che sono appunto jazz e musica d’autore. Tra gli artisti emergenti più premiati dalla critica, Piji lo abbiamo sempre seguito con piacere in questi anni, in tutte le sue evoluzioni: dalle serate “Torbellamusica” al Teatro Tor Bella Monaca, all’avventura a La Moderna prima e allo Splendor Pathenopes poi ; quindi i suoi progetti musicali, tra i quali “Electroswing Project” all’Auditorium Parco della Musica, che ha visto in quel contesto, anche la partecipazione di Simona Molinari, sua grande amica, le sue ospitate all'”Edicola Fiore” di Fiorello, fino alla sua partecipazione a “Quelli dello Swing“, serata speciale di Rai Due, che ha voluto  rendere omaggio ai cinquant’anni di attività artistica di Renzo Arbore, facendo il verso a una delle sue trasmissioni più importanti “Quelli della notte“.

In questa intervista, Piji ci racconta del nuovo progetto “Piji & Bateau Manouche” che lo vede insieme ad una band composta, dai suoi compagni storici Augusto Creni e Giampiero Lo Piccolo, ma anche un vero mito del contrabbasso come Renato Gattone, uno dei nomi più illustri del jazz manouche in Italia e Moreno Vigliore. Una specie di big band di quelle che si usano nel jazz, e che ultimamente stanno andando di moda molto anche nel rock, nelle quali si riuniscono le eccellenze assolute, i migliori turnisti, i più grandi virtuosi per ogni tipo di strumento, attorno ad un progetto ben preciso. Piji nell’intervista che segue, ci spiega questo e molto altro.

Piji, innanzi tutto complimenti per questo nuovo progetto. Questo era il primo concerto live con questa nuova formazione dei “Bateau Manouche”. Mi sembra sia andata bene: c’è stato grande affiatamento, grande complicità con tutti gli elementi. Si è visto come insieme a Renato Gattone, avete scherzato molto sul palco, come con tutti c’è stata grande intesa come se in realtà non stavate suonando dal vivo per la prima volta…

Tre di noi cinque, io più altri due, Augusto Creni e Giampiero Lo Piccolo, suoniamo già insieme da tanto tempo, con il progetto Electroswing, come sai, quindi l’affiatamento c’è da sempre. Renato Gattone e Moreno Vigliore, suonano con me da un mesetto. Questo è il primo live ufficiale, ma non abbiamo già fatto un mese di “Edicola Fiore” con Fiorello. Questo era il battesimo di fuoco in un live, nel senso stretto del termine, ma noi l’affiatamento l’abbiamo creato già con questa partecipazione all'”Edicola” e quindi questo mese di musica insieme. Sono tutti magnifici musicisti. La cosa bella di “Piji & Bateau Manouche” sta nel fatto che dietro a questo progetto ci sono, grandi professionisti, musicisti di altissimo livello, come ad esempio Renato Gattone, che tu hai citato, ma tutti sono straordinari, potremmo citare uno per dire tutti; grandi professionisti che sono gli unici in Italia a fare jazz manouche, sono protagonisti assoluti di questo genere, ma che sanno prendere le cose alla leggera. Giocano con me, si divertono sul palco, amano scherzare, senza fare la parte di quelli che sono “maestri” con la faccia seria, impostata, impassibile, e questo se vogliamo è uno skill ulteriore di questo progetto: saper fare grande musica e saper giocare, divertirsi e divertire il pubblico, senza mai rendere tutto un po’ troppo austero, rigido e serioso. Saper essere teatrali, saper fare spettacolo oltre che musica è fondamentale.

Ascoltando il vostro repertorio mi è sembrato come se in realtà la vostra idea di jazz manouche sia un po’ quella di renderlo fruibile al maggior numero di persone possibili. Scegliere molti brani, già famosi del pop e della musica d’autore italiana e rivisitarli in chiave jazz manouche è un po’ un modo per far avvicinare, usando comunque canzoni già note a un pubblico più vasto, più giovani, più pubblico a questo genere?

In realtà non c’è niente di così scientifico nelle nostre scelte. Il succo è che io amo moltissimo questo linguaggio di jazz manouche, la musica di Django Reinhardt, ma sono anche un cantautore e amo moltissimo le canzoni italiane. Ho voluto far sposare i due amori della mia vita, non c’è tanta scienza in questo ragionamento, c’è molto cuore al contrario. La voglia di immaginare che cosa succede se tu prendi un brano meraviglioso come “C’è chi dice no” di Vasco e lo provi a suonare come lo avrebbe suonato Django. Allora diventa un sogno realizzabile, nella follia di quello che facciamo noi, e questo mi diverte. Fanno scopa i miei due mondi, lontanissimi apparentemente, perché non c’è niente di più lontano tra Vasco e Django Reinhardt, eppure la figata sta in quello, far incontrare i due mondi lontanissimi tra di loro e vedere che le Grandi Canzoni possono essere distorte, rigirate, invertite, rovinate, strappate, camuffate e vengono sempre bene. E’ quello che faccio con tutti i miei progetti: amo molto mescolare le mie canzoni, a queste “metamorfosi” come le chiamo io, perché è un altro modo di raccontare le cose. Io amo tanto scrivere le mie canzoni, quanto scrivere questi folli arrangiamenti che sono l’essenza stessa del jazz.

Parliamo di questo progetto al teatro di Acquapendente in provincia di Viterbo. Si tratta di una cosa sui generis, molto particolare, che si lega al tema del risparmio energetico.

Si chiama “M’illumino di meno”. La giornata dedicata al risparmio energetico in tutta Italia, che quest’anno è stata promossa da Radio2. Il Teatro Boni di Viterbo è una delle strutture, delle tante realtà che ha aderito con entusiasmo a questa iniziativa, a questa cosa meravigliosa. Noi come band siamo nati spenti, senza amplificazioni, senza cavi e cavetti. All’ “Edicola Fiore” di Fiorello, si suona così, rigorosamente spenti, senza microfoni…niente di tutto questo. E’ un po’ come se si suonasse tra amici nel salotto di casa. E’ per questo che io ho accettato con entusiasmo di aderire a questo progetto, perché questo mio progetto nasce così: senza amplificazioni e senza elettricità…nel modo migliore. Ad Acquapendente si suonerà così, ma anche senza luce, nel buio totale. Il pubblico in sala avrà delle torce e ci illuminerà il pubblico, il gioco luce lo farà il pubblico in sala. Questo è meraviglioso, è una cosa bellissima.

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Poi che altri progetti ci sono in vista? Ovviamente so, della tua instancabile attività di direttore artistico allo Splendor Parthenopes in occasione dello Splendor Swing Festival. Che novità ci sono in merito?

Beh, il mio impegno alla radio e tante altre cose. Allo Splendor sta andando tutto molto bene, abbiamo delle serate fantastiche, ci sarà un omaggio a Gene Kelly il 27 febbraio con Silvia Manco e Cristiana Polegri, ci sarò Lino Patruno, il duo Italia composto da Greg e Max Paiella, Giorgio Cuscito e tantissimi altri ospiti, tante bellissime serate. Detto questo, poi c’è la radio, poi questa fase musicale in crescita, la barchetta “Bateau-Manouche” che fara nei prossimi mesi i suoi primi viaggi, sarà impegnata nei primi appuntamenti musicali…

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Ma questa idea della barchetta di carta che identifica come simbolo la vostra formazione, come è venuta fuori?

E’ un omaggio al Bateau Mouche, la celebre imbarcazione che attraversa la Senna nel cuore di Parigi. Abbiamo fatto un gioco di parole e ci siamo chiamati “Bateau Manouche” proprio per riallacciarci a quest’idea. Perché Parigi è il nostro faro, il genere manouche è parigino,  Django Reinhardt, anche se era belga, lui era li, a fare la sua musica e a farla conoscere poi in tutto il mondo.”

Quanto ha influito nella tua vita artistica, la partecipazione alla trasmissione “Quello dello Swing”, speciale Rai per festeggiare i cinquant’anni di carriera di Renzo Arbore? Cos’ha significato per te essere li a suonare con Arbore?

In pochi giorni ho fatto “Quelli dello Swing” con Renzo Arbore su RaiDue ed ho suonato con Fiorello insieme all’orchestra li all'”Edicola Fiore”. Quindi in quei pochi giorni sono cambiate molte cose: mi hanno tempestato di messaggi, sui social, ho avuto centinaia di contatti e di richieste. Certamente, simili partecipazioni uno le fa anche per raggiungere questo obiettivo, perché questo è un lavoro. E ben vengano i contatti, le richieste, gli ingaggi. Ma la cosa principale è la gioia di poter raccontare di aver suonato con un mito della propria infanzia e della propria adolescenza. Collaborare con un gigante come Arbore, è un sogno che si è realizzato. Fare il coretto con lui a “La Classe degli Asini” di Natalino Otto insieme agli Swing Maniacs. Più che stare li a fare le mie canzoni, è stato per me fantastico stare li a fare il coro alle sue di canzoni e alle esibizioni che ha svolto quella sera. E’ stato pazzesco, fantastico, una cosa che non dimenticherò mai.”

Tu ti ispiri molto poi, al modo di fare spettacolo di Renzo Arbore. Tra molte virgolette, si potrebbe dire che sei un suo erede dal punto di vista artistico. Proprio per il modo che hai di proporti.

“Mi fai diventare rosso. Già solamente l’idea di essere accostato ad Arbore, mi fa emozionare. Io in confronto a lui sono niente. E’ inutile anche dirlo. Comunque grazie. Sei troppo gentile, mi hai fatto emozionare, non mi aspettavo di venire accostato ad Arbore.”

Beh, lo dico perché ormai ti conosco e so che hai un modo molto particolare di esibirti, che ricorda lo stile di Arbore. Sei un istrione, uno che poteva fare solo il cantautore e prendere la via breve del successo, invece hai scelto generi difficili, poi ti dedichi a molte attività differenti dal conduttore radiofonico, al musicista, al presentatore, al direttore artistico, allo showman…

Grazie mille. Continui a farmi arrossire. No, comunque una cosa è vera: ho scelto la via difficile di fare musica e spettacolo, a me le cose semplici non piacciono, amo le sfide, amo prendere sempre le vie più complicate,  diciamo che un lavoro facile non me lo sono trovato, le cose semplici non fanno per me.”

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Ami osare. Ho sentito come hai osato nell’arrangiamento di “Giudizi Universali” di Samuele Bersani…

 ” Ah Ah Ah! 😀 Lo hai notato? Mi fa veramente piacere. Hai visto che follia? Una follia doppia. Perché mentre noi rifacciamo per dire “C’è chi dice no” di Vasco o “Il mare impetuoso al tramonto” di Zucchero è molto visibile la struttura del brano, nonostante gli arrangiamenti, nel caso di “Giudizi Universali” di Bersani c’è proprio un cambio tecnico. E’ un brano a ritmo ternario. Noi  questo brano a tre lo facciamo diventare un brano a quattro battute. Voi da esperti vi siete accorti, ma pensare che tutta la melodia del brano di Bersani, passare dall’essere un brano ternario a un brano a quattro, c’è proprio un cambiamento tecnico che comporta un allargamento dei punti in maniera quasi assurda. E’ la cosa più difficile del Mondo, perché anche se parliamo di questo spostamento così minimo, davvero cambia tutto. Sono contentissimo che ve ne siate accorti e che vi è rimasta impressa proprio questa rilettura del brano “Giudizi universali” di Samuele Bersani, perché è davvero la cosa più folle e più complicata che ho fatto fin’ora, è quella meno spettacolare, ma se vuoi quella più raffinata.”