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Daughter, quando la musica è poesia!

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Elena Tonra dei Daughter

A tre anni di distanza dall’uscita del loro album di debutto, i Daughter – trio londinese, ma dalle origini più svariate ha fatto ritorno ritorno in Italia . A Villa Ada ha presentato i brani tratti dal secondo lavoro “Not To Disappear”.  Ad aprire il concerto WrongOnYou.

Foto di STEFANO PANARO

Elena Tonra, Igor Haefeli e Remi Aguilella, ovvero i Daughter sono riusciti a migliorarsi ancor di più. “If You Leave”, il loro primo lavoro è stato ampliamente premiato dalla critica ed accolto molto bene anche dal pubblico, ma questo secondo album si è dimostrato ancora migliore. Tra i gruppi più interessanti del panorama alternative e della musica d’ambiente, i Daughter occupano un posto privilegiato. Nati artisticamente a Londra circa sei anni fa, per volontà di Elena, voce e chitarrista del gruppo, di orgini svizzere, italiane ed irlandesi, i Daughter si caratterizzano per la loro capacità di commistionare atmosfere suggestive nei loro brani, esplorando continuamente nuovi orizzonti musicali e sperimentando sempre nuove idee.

Marco Zitelli, protagonista della serata con il suo progetto WrongOnYou

Marco Zitelli, protagonista della serata con il suo progetto WrongOnYou

Not To Disappear” è il risultato di questa ricerca della perfezione: un caleidoscopio di emozioni, epico e molto più ambizioso del primo lavoro della band, caratterizzato da una perfetta fusione tra il suono e la magica voce di Elena Tonra.

Un album poetico che riesce a scavare nel profondo e arrivare davvero al cuore, a tratti drammatico, a tratti magico, è difficile definire la serie di emozioni  che rilascia l’ascolto dei brani di questo album, come del resto era difficile anche farlo per il precedente “If You Leave

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Igor Haefeli, sotto Remi Aguilella, rispettivamente chitarra e batteria dei Daughter

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Il gran numero di persone presenti a Villa Ada ha dimostrato come  il fascino di questa giovane band abbia già colpito molti e la curiosità attorno a loro e alla loro musica si stia diffondendo a macchia d’olio un po’ ovunque. Evidentemente, la buona musica, quella di qualità, non quella ridotta a puro mercimonio, sta trovando nuovamente il suo spazio, tornando finalmente ad essere apprezzata come merita.

Di questi tempi si sente il bisogno di un po’ di magia, e dal canto loro i Daughter se ne portano un po’ dietro per poi, in occasioni come questa, distribuirla sottoforma di musica. Il concerto che hanno tenuto a Villa Ada è stata poesia allo stato puro, un momento di quelli che, chi ama la buona musica non può farseli sfuggire. C’è musica e musica, c’è ascoltare ed ascoltare, poi ci sono gruppi come i Daughter, ed è tutta un’altra cosa.

Ad aprire la serata a Villa Ada, un giovane ed interessante cantautore romano, Marco Zitelli con il suo progetto elettro-acustico sperimentale WrongOnYou, protagonista di un breve, ma intenso, live set che ha fatto da spalla al trio londinese.

GALLERIA FOTOGRAFICA A CURA DI STEFANO PANARO

WRONGONYOU

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La notte del Boss. Tutto è possibile

imageBruce Springsteen strega il Circo Massimo. Quattro ore ininterrotte di musica, lacrime, danze, sogni nella grande celebrazione del rock and roll

Sessantamila cuori che pulsano e sognano insieme, una festa che inizia al tramonto e si conclude di notte, uno spettacolo di una magia unica, il cui unico e indiscusso sacerdote è questo indomito rocker del New Jersey, che ha imparato la lezione del rock nei lontani anni ’70, ma la esegue ancora come se avesse vent’anni, non sessantasei.

Si comincia alle 20:20, il sole sta per lasciare Roma in buone mani e il Boss sorprende da subito, con l’esecuzione  di una lunga canzone-evento, già proposta a Capannelle tre anni fa, ma raramente presente nelle scalette dei suoi live: “New York City Serenade” è subito poesia, con l’orchestra Roma Sinfonietta.

C’è il mondo intero, al Circo Massimo, c’è voglia di lasciarsi andare alla gioia, dopo l’orrore degli ultimi giorni e lui lo sa, sa cosa deve regalare ai suoi fan per farli annegare dolcemente nella musica. La scaletta viene stravolta, ad uso e consumo degli umori dei fan (molte le richieste soddisfatte durante la serata, con il solito sistema dei cartelli nelle prime file). Ci sono i classici del rock “Summertime Blues“, ma anche le sue perle più preziose, sapientemente dosate, per portare l’emozione al climax.

Springsteen parla al cuore e allo stomaco di chi lo ascolta, lungo la serata questo sarà ampiamente visibile dai visi sorridenti, dagli occhi gioiosi delle centinaia di migliaia di persone venute da tutto il mondo (molti americani e inglesi, ma anche spagnoli, francesi, a cui Springsteen dedica anche la struggente “Land of hope and dreams“).

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Un continuo scambio, tanta sincerità, anche nei momenti intimisti (“Drive all night“, il cui finale viene letteralmente sussurrato dalla voce del Boss) quando l’aria fresca spazza via le inquietudini e il pubblico tace, rapito.

Arriva la poesia di “The River“, che dopo 35 anni (che il tour stesso celebra) non perde il suo smalto, con quel testo che è il ritratto realistico del sogno americano al contrario (“è un sogno o una bugia, dato che non si realizza, o è qualcosa di peggio?”).

Ci sono le meravigliose cavalcate del suo album più fortunato, “Born in the Usa“, “Working on a highway“, “Bobby Jean” e l’apoteosi di “Dancing in the dark“, quando Bruce chiama a raccolta i fan sul palco, in base ai cartelli più simpatici e ciascuno con un musicista della E-Street Band, che sta lì da decenni, mutilata di due grandi presenze (Clarence Clemmons e Danny Federici), ma sempre pugnace e appassionata.

Ci sono molti pezzi da “The River”, eseguiti con estrema limpidezza (“The ties that bind“, “Out on the streets“, “You can look (but you better not touch)“, o la trascinante “Hungry Heart“, cantata a squarciagola dai fan).

Ci sono emozioni inattese, quando raccogliendo una richiesta dalle prime file, il Boss intona la splendida “Tougher than the rest“. “Jungleland” è un capolavoro di intensa bellezza, che scuote il cuore. Poi la celeberrima “Born to Run” rende tutti orgogliosi di ascoltarla da anni.

Ci sono momenti di autentica ed anarchica gioia, con la danza si esorcizza tutto, quindi tutti scatenati con l’interminabile gospel finale di “Shout“.

L’artista ringrazia il pubblico italiano, la stupenda location di Roma, dice che qui la gente lo segue con passione da tanti anni. Ma prima che questa notte entri nella storia, un attimo prima, è ancora incantesimo, c’è ancora “Thunder Road“, da cantare solo voce e chitarra.

Perché i sogni sono possibili. Perché nessuno è come Bruce Springsteen… Tutto è possibile.

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The Darkness, dove eravamo rimasti…

The Darkness - Kimera Rock - Avezzano 2016Un ritorno in grande stile per la band capitanata dall’estroverso ed imprevedibile Justin Hawkins. Ad Avezzano, i The Darkness, in occasione del Kimera Rock non hanno deluso le aspettative dando uno spettacolo degno della loro fama. Una band che sembra finalmente aver ritrovato estro ed equilibrio dopo periodi decisamente difficili

Fa sempre piacere rivedere una grande band come The Darkness, finalmente ritrovata. Il periodo di buio è passato, quel 10 ottobre 2006, quando il giornale britannico The Sun annunciava che Justin Hawkins avrebbe lasciato la band per trascorrere un periodo di disintossicazione da abuso di cocaina ed alcol, seguendo ad esso lo scioglimento temporaneo della band, è acqua passata, un lontano e triste ricordo.

Justin Hawkins, Daniel Hawkins, Ed Graham e Frankie Poullain, riunitisi nuovamente nel 2011, dal 2014 sono stabilmente insieme, senza nuovi colpi di scena o capovolgimenti di fronte, ritiri e rientri o particolari scossoni e da poco hanno accolto in formazione Rufus Taylor alla batteria. Un’eredità pesante la sua,in quanto figlio di Roger Taylor, batterista dei Queen, pesante quasi come quella di Zack Starkey (figlio di Ringo Starr, ed ex batterista degli Oasis, ora in forza all’attuale formazione degli Who)

Al Kimera Rock, i The Darkness erano attesi come gruppo mainstream dell’attuale edizione, la tappa (unica italiana in programma in estate), era inserita nel tour a supporto di “Last of Our Kind, il loro ultimo album. Essendo l’unica data italiana non poteva che vedersi le file enormi di fan provenienti da tutta la penisola, molti dei quali accampati la attorno al polo fieristico della cittadina di Avezzano sin dai giorni precedenti all’evento.

Una serata, quella del Kimera Rock  di Avezzano, iniziata con le esibizioni dei gruppi spalla: Noise Pollution, Hangarvain e Double Malt. Poi al calare delle tenebre, l’arrivo sul palco degli attesissimi The Darkness. Un sogno che per molti si avverava nel vederli li dal vivo. La maggior parte della gente che era li si aspettava un grande live show. E così è stato.

The Darkness - Kimera Rock - Avezzano 2016

Justin Hawkins ormai appare completamente riabilitato: ha energia e simpatia da vendere e sul palco è instancabile. Certamente non potevano esserci i The Darkness senza di lui, senza il suo istrionismo, la sua fantasia, il suo modo di porsi al pubblico. Facciamo un paragone un po’ scomodo, ma siccome ora alla band si è aggiunto Rufus Taylor, figlio di un membro dei Queen, il pensiero va a un altro grande frontman il quale da solo rendeva il 90% della band: Freddie Mercury. Intendiamoci, non vogliamo dire che Justin Hawkins sta ai The Darkness come Freddie Mercury sta ai Queen. Queste equazioni vanno bene per la matematica, non per il rock!

Ma vedere come Justin sa  tenere in pugno il suo pubblico, come sia capace di divertirsi e divertire senza stancare mai, e senza stancarsi mai… con il suo istrionismo, la sua teatralità, il suo trasformismo ed il suo carisma, beh, un po’ le immagini un po’ sbiadite dei vecchi concerti mastodontici dei Queen con Freddie ci tornano familiari.

Nel complesso, la band ha saputo dare vita a un grande concerto, uno show davvero intenso. Molti i brani proposti dall’ultimo album come “Barbarian“, “Roaring Waters“, “Mudslide” (tuttavia assente nella setlist del concerto la hit “Open Fire” e larghissimo spazio ai brani dei primi due album storici, quelli che contenevano hit come “I Believe In A Thing Called Love“, “Stuck In A Butt“, “One Way Ticket To Hell” e “Love On The Rocks“, quest’ultima a chiudere tra il delirio del vasto pubblico presente, l’intero concerto.

Fonte: Zeta Emme – Zona Musica

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G3 Satriani, Vai e The Aristocrats, il rock ci salverà!

ARISTOCRATS JOE SATRIANI E STEVE VAI (25)

Joe Satriani con Steve Vai

Una miscela esplosiva di rock, blues, jazz, pop e metal ha infiammato l’Ippodromo delle Capannelle. La Versione 2016 del G3, vede come terzo elemento affianco al consolidato duo composto da Joe Satriani e dal suo allievo prediletto Steve Vai, non più un altro grande chitarrista ma un’intera band, The Aristocrats. Il risultato neanche a dirlo: energia allo stato puro.

Il rock ci ha salvati li a l’Ippodromo delle Capannelle, in occasione del Postepay Rock In Roma. Dentro quello spazio trasformato in un’arena del rock, la delusione dell’Italia che veniva eliminata dagli Europei e quella vena di tristezza per l’attentato che ha coinvolto nove nostri compatrioti a Dacca, venivano lasciati fuori, venivano tenuti lontano. Il rock ci ha salvati, liberandoci da paure e inquietudini, da delusioni e sconfitte, da tristezza e malinconia. In una serata particolare, dove si lasciava poco spazio ai sogni e molto alle angosce, due dei più grandi chitarristi di tutti i tempi, accompagnati da una band di tutto rispetto, liberavano nell’aria suoni ed energia libera, mandando i visibilio il pubblico presente, un pubblico salvato dalla musica, messo al riparo grazie al rock. Una miscela esplosiva di  rock, blues, jazz, pop, metal e magia, pura magia. Reazione chimica, alchimie, termodinamica, una sintesi di elementi una fusione a freddo di note,  il G3 non è soltanto musica, forse, anzi quasi sicuramente non lo è mai stato. Quattro anni dopo l’ultimo concerto italiano, il G3 è tornato con una nuova line-up, in una serata nella quale se ne sentiva  dannatamente il bisogno. In passato via hanno fatto parte personaggi come Steve Lukather, Yngwie Malmsteen, Steve Morse, John Petrucci, Eric Johnson… il non plus ultra del virtuosismo alla chitarra elettrica, al cospetto di Steve Vai e  di Sua Maestà Joe Satriani

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Satriani e Mike Kenneally

Nel tour 2016 il progetto G3 che Satriani porta avanti dal 1995 con il fido Vai,  vede come terzo elemento di questa Santissima Trinità del rock  al posto di un altro grande chitarrista un’intera band, The Aristocrats, un power trio formato dai virtuosi Guthrie Govan (chitarra), Bryan Beller (basso) e Marco Minnemann (batteria).

G3 Satriani Vai e The Aristocrats (11)

Steve Vai in un momento della sua sessione

A loro è toccato di aprire le danze verso le ore 21.15 con una serie di brani strumentali per lo più composizioni acid jazz, jazz fusion e fusion rock. Marco Minnemann, batterista tedesco della band ha salutato in italiano scherzando poi col pubblico e lanciandosi in un improvvisato scioglilingua in italiano imparato a memoria, per dimostrare la sua abilità nella nostra lingua. Poche parole di saluto, molto spazio alla musica, come era prevedibile ed auspicabile. Tante le improvvisazioni sullo stile del jazz che hanno caratterizzato questa prima parte dello spettacolo, in attesa dell’arrivo di Steve Vai.

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Marco Minnemann, batterista tedesco della band The Aristocrats, al seguito di Joe Satriani e Steve Vai in questo tour G3

Insieme a Satriani , Vai è l’unico elemento pressoché fisso del progetto. Non poteva essere altrimenti vista la profonda amicizia ed il rapporto professionale che lega i due da una vita. Entrambi di origini italiane (pavesi per Vai, piacentine e pugliesi per Satriani), sono stati uno l’allievo dell’altro. Nel 1978  Satriani inizia a dare lezioni di chitarra per mantenersi. Steve Vai e uno dei suoi primi studenti e sicuramente quello che gli ha dato maggiori soddisfazioni e col quale è rimasto più legato (ma non va dimenticato che a lezione da Satriani c’è andato anche un certo Kirk Hammett, chitarrista dei Metallica e anche lui una certa strada se l’è fatta).

ARISTOCRATS JOE SATRIANI E STEVE VAI (18)

Steve Vai con Guthrie Govan degli Aristocrats

Steve Vai come la solito non ha deluso il suo vecchio maestro. Performer incredibile riesce a volte di stupire anche se stesso. Non a caso è stato definito come “l’uomo che sa far “parlare” la sua chitarra”, poiché la sua chitarra riesce a prendere vita e parlare con una sua voce.

Le origini italiane di Satriani e Vai, hanno scatenato il grido di “Giuseppe, Giuseppe” e di “Stefano, Stefano” tra il pubblico, che ha più volte acclamato i propri beniamini con i nomi italianizzati dei due. Entrambi dimostrano di gradire e sorridono facendo segno di compiacimento, anzi Satriani, si presenta  al pubblico con una breve frase in italiano: “Ciao a tutti, mi chiamo Giuseppe Satriani e sono contento di essere qui!

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Joe Satriani

 Satriani ha così ripercorso tutti i suoi successi più recenti e del passato. Perle di rara bellezza come “Shockwave Supernova”, “Satch Boogie”, “Always With Me, Always With You” e naturalmente “Surfing with the Alien”, arricchite di arrangiamenti ed improvvisazioni che davano a Satriani l’occasione per dimostrare la sua capacità di saper inventare con la chitarra, perfezionare ancora di più e raggiungere limiti ancora più estremi di virtuosismo. Il suo modo di dire a tutti che molto probabilmente il più credibile erede di Jimi Hendrix è lui, uno dei migliori chitarristi di tutti i tempi, e senza paura di essere smentiti il migliore al mondo tutt’ora vivente e in attività.

Dopo una parte di spettacolo separata da tre momenti diversi, 45’ sul palco circa a disposizione di ognuno di loro, i protagonisti di G3-2016 arrivano sul palco tutti insieme per il gran finale: tornano quindi The Aristocrats, rimane Satriani e ritorna sul palco anche Steve Vai.  Ma arriva anche un’altra figura di “peso” è proprio il caso di dirlo, anche per via della sua mole: Mike Keneally.

Scherzi a parte, Keneally è un musicista, cantante e polistrumentista statunitense, di tutto rispetto, un grandissimo artista, noto per avere suonato con Frank Zappa e scusate se è poco. Ha già avuto modo di suonare al seguito di Steve Vai, di Beller degli Aristocrats e dello stesso Satriani. Con lui vengono eseguite rivisitazioni molto intense e complesse di brani come “Message in a Bottle” dei Police, “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana e quello che ormai divenuto un classico a chiudere nei concerti di ogni tour dei G3: “Keep on Rocking in the free world” di Neil Young.

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Steve Norman: concerti, tributi e ricordi

Il grande sassofonista, chitarrista e percussionista degli Spandau Ballet al centro di una esclusiva intervista. Il prossimo 24 giugno sarà di nuovo a Roma, dopo lo show dello scorso febbraio con il dj set anni ’80 in coppia con Claudio Ciccone. La location dello spettacolo “Sotto gli occhi di Roma” (dal titolo del libro della scrittrice Patrizia Palombi), sarà Il Pincetto, via dell’Acqua Paola 4 (Zona Pineta Sacchetti).

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(Photo by Pasquale Cerza)

Prima di tutto, parliamo del progetto per Bowie, com’è stato? Come ti sei sentito dopo il tour con i suoi ex musicisti in cui riproponevate per intero lo storico album “Station to Station”?

“Beh, io sono sempre stato un fan di Bowie, sin dal 1972, quando c’erano gli Spiders from Mars con Mick Ronson, Trevor Bolder e Mick Woodmansey. Quello è stato sicuramente un punto di svolta della mia vita e posso dire lo stesso anche a nome degli altri Spandau. Noi tutti siamo stati influenzati da lui, era impossibile per la nostra generazione non essere travolti dalle sue invenzioni, dai suoi gesti ambigui, dalla creatività che portava. Ricordo ancora quel famoso gesto provocatorio mentre Mick suonava la chitarra, eravamo tutti lì davanti alla tv a guardare “Top of the Pops”. Il giorno dopo, a scuola, commentavamo sempre quello che avevamo visto nel programma, che era la nostra unica fonte musicale. Il look di David, tutto era così rivoluzionario e trasgressivo. Per il progetto, ho incontrato Tony Visconti e anche Earl Slick, che è stato l’altro chitarrista dopo Ronson e abbiamo deciso di metter su questa superband  per onorare la sua memoria, nell’anno della sua scomparsa.”

Quest’estate, invece, stai organizzando un gran bel festival , nei pressi del castello di Clitheroe, con grandi nomi…

“Ci sto lavorando da un anno con un mio grande amico, comincerà il 6 luglio e si concluderà il 9, con un giorno di pausa, previsto per il 7. Le teste di serie sono i Simply Red, Echo and the Bunnymen, Mike Peters e gli Alarm…”

A proposito di Mike, cosa pensi di lui?

“E’ una gran bella persona, un uomo straordinario, che ha combattuto e combatte la sua battaglia contro il cancro. Lui per me è lo Springsteen della Gran Bretagna, un grande operaio della musica, che ha scritto canzoni stupende, sono molto orgoglioso di averlo nel mio festival. Abbiamo anche suonato insieme in passato, su Youtube si può trovare una nostra versione live di “Gold”, con lui all’armonica.”

Adesso dimmi qualcosa degli Spandau Ballet. Tutti noi vogliamo sapere se vi incontrerete di nuovo presto.

“Voi tutti avrete ormai capito come l’ostacolo maggiore sia Tony, il cantante che ha deciso, per il momento, di focalizzarsi sulla sua attività da solista. Non capisco la sua logica. E’ una sua decisione e la devo rispettare. Ma farò e faremo il possibile per pressarlo e convincerlo a tornare in concerto con noi. Gli ultimi due anni sono stati fantastici, in tour dappertutto, in Italia sembravamo acquistare maggiore popolarità man mano che i giorni e le date si susseguivano, è stato bellissimo e sarebbe un peccato non dare un seguito. Noi abbiamo un grande amore per l’Italia, come si sa, al di fuori di ogni parola ruffiana. E’ il pubblico ideale, quello a cui ambire di più.

Una cosa che ho sempre voluto chiederti: quali sono i tuoi assoli di sax preferiti nelle canzoni degli Spands? Io ho sempre amato quelli di “Only when you leave” e “With the pride”.

Questo è tipicamente italiano, i tuoi gusti lo sono. Il motivo principale per cui gli italiani hanno amato e amano gli Spandau è il loro gusto per la melodia. E ti confesso che anche io amo molto questi due assoli, o quello di “True”, che forse è il più  suggestivo.

Tornerai presto in Italia, a Roma, il prossimo 24 giugno. Dicci qualcosa del tuo dj set (nato da un’idea di Pasquale Cerza) con il dj Claudio Ciccone.

“Io e Claudio ormai suoniamo insieme da tanto tempo, mi piace perché posso improvvisare, so che lui è sintonizzato sui miei gusti e sulle mie inclinazioni musicali, sa quando mi deve seguire, scegliamo insieme i pezzi e ci troviamo molto bene. Sarà una celebrazione, una grande festa, un evento per chi ama gli Spandau e la musica degli anni ’80. Sono brani che fanno “saltare dalla sedia”. Sarò solo io, ma ci sarà da divertirsi, questo è sicuro. Lo show è fatto apposta per far cantare il pubblico con canzoni con le quali tutti noi siamo cresciuti.”

Se ti chiedessi di definire le differenze  tra la musica e la creatività degli anni ’80 e oggi, cosa diresti?

“Beh, sai, c’è una differenza abissale. Allora era tutto invenzione, creatività. Allora le band si formavano a scuola, per strada, spontaneamente. La band era il fulcro di tutto, l’evasione. Adesso la musica rappresenta molto contorno, poca sostanza. Adesso sono gli uomini d’affari che si mettono al tavolino e decidono  per filo e per segno un qualcosa di cui l’artista è solo il prodotto finale.”

Pensa a tre canzoni storiche degli anni ’80, le prime che ti vengono in mente.

Così d’improvviso mi viene in mente Prince, che se n’è andato da poco. E’ stato incredibilmente grande, basti pensare al singolo album “Purple Rain”, a canzoni come “When doves cry” o alla meno conosciuta “Get off”, che mettevo su in rotazione e non riuscivo a smettere di ascoltare.

Hai mai pensato a una carriera da solista?

“No, guarda…ho molte offerte, album, dischi da solista. Ma in realtà non fa per me. A me piace stare sul palco a suonare con gli altri, a cantare, interagire. Come Keith Richards e Bernard Fowler, mi piace stare lì a suonare, altrimenti mi annoio.”

E noi lo aspettiamo, per divertirci e sognare con lui.

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Lucinda Williams per la prima volta a Roma in tour

Lucinda Williams_live a Roma

La cantautrice americana Lucinda Williams sarà in concerto il 18 luglio a Villa Ada, nell’ambito della rassegna “Roma Incontra il Mondo”, dove presenterà il suo nuovo lavoro, “The Ghosts of Highway 20”.

Senza dubbio, Lucinda Williams è una delle più apprezzate e carismatiche cantautrici americane in attività con il suo stile personale in cui convergono influenze blues folk, country e southern rock, ed una voce inconfondibile, roca ed espressiva, che si adatta perfettamente sia al rock che al cantautorato.

Abbiamo tutti sentito parlare dell’iconica Route 66, delle luci di Broadway e della Pacific Coast Highway, con la sua vista mozzafiato sull’oceano, ma ci sono storie e strade ancora sconosciute che si snodano attraverso gli Stati Uniti.

Lucinda Williams con il suo ampio e avvolgente “The Ghosts of Highway 20” ha deciso di portare alla luce queste storie, regalando agli ascoltatori un quadro vivido, lucido e incredibilmente realistico su come l’Highway 20 sia stata la strada della sua vita, in senso sia letterale che figurato.

Le 14 canzoni che compongono il disco, intense e coinvolgenti, sono probabilmente il più sentito, profondo e personale lavoro della cantante, in più di 35 anni di carriera.

È letteralmente una mappa della mia vita in molti sensi” racconta. “Ci spostavamo in autobus tra uno show e l’altro e tra una città e l’altra, e continuavo a vedere cose che mi riportavano indietro nel tempo, in luoghi e momenti del mio passato […] le canzoni sono praticamente nate da sole”.

Nello stile narrativo di Lucinda Williams c’è un forte senso della memoria, ma sono le interazioni tra i musicisti ad aggiungere luci e ombre, chiari e scuri, spesso anche all’interno dello stesso passaggio.

Lucinda Williams ha seguito il suo percorso personale per più di tre decenni, facendosi strada a partire da Lake Charles, Louisiana, dove la sua educazione iconoclasta l’ha aiutata  a creare lo stupendo “Lucinda Williams (aka The Rough Trade album)”, il suo album di debutto pubblicato nel 1988 e definito dalla critica “Un lavoro perfetto”.

Per tutti questi anni la cantautrice ha attraversato il paese, suonando e registrando pezzi che hanno ottenuto una fama immensa e un grande rispetto all’interno dell’industria musicale, come per esempio quella Passionate Kisses che le regala il suo primo Grammy Award, o  Car Wheels on a Gravel Road, con cui si aggiudica un secondo Grammy.

Lucinda attribuisce l’iniezione di vitalità e passione che emerge sempre più chiaramente nei suoi lavori alla presenza di Tom Overby, suo partner nella vita e nella musica, che l’ha sempre incoraggiata a proseguire in direzioni che altrimenti non avrebbe osato esplorare: questo processo ha raggiunto il suo apice in “The Ghosts of Highway 20”, album nel quale Lucinda sperimenta fraseggi e persino una vocalità jazz, alla Van Morrison, e lascia libero di esprimersi anche il suo lato più letterario.

Non perdete l’occasione di ascoltare dal vivo un’artista con un carisma e una sensibilità fuori dal comune, per due grandi appuntamenti (il secondo live sarà il giorno dopo, 19 luglio, al “Buscadero Day” di Pusiano) che non deluderanno neppure i palati più fini.

18 LUGLIO 2016 | ROMA, VILLA ADA “ROMA INCONTRA IL MONDO”

Live realizzato da Hub Music Factory – in collaborazione con BPM concerti

 Biglietti:  25 euro + ddp (alla cassa 30 euro)

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Satriani, Vai e The Aristocrats, quando un G3 diventa un G5

G3_Tour2016

Quattro anni dopo l’ultimo concerto italiano, i G3 tornano con una nuova line-up. Joe Satriani e Steve Vai saranno accompagnati dagli Aristocrats, band formata dai virtuosi Guthrie Govan (chitarra), Bryan Beller (basso) e Marco Minnemann (batteria). Ennesimo esperimento di Satriani per arrivare al raggiungimento della “band perfetta”.

Joe Satriani, in questi anni, non ha mai smesso di stupirci, creando fenomenali progetti denominati “G3” che ha visto alternarsi insieme a lui sui palchi di mezzo mondo, davanti ad un pubblico in delirio Steve Lukather, Yngwie Malmsteen, Steve Morse, John Petrucci, Eric Johnson e molti altri, oltre ovviamente al suo allievo prediletto, sicuramente quello che gli ha dato più soddisfazioni e vale a dire Steve Vai. Vai ha imparato a suonare la chitarra proprio da Satriani, ed è diventato egli stesso un gigante.

Ora Satriani ha lanciato un nuovo G3, che si può considerare un G5, in quanto il terzo elemento che va ad aggiungersi alla consolidata coppia Vai/Satriani non è solo un terzo virtuosissimo chitarrista, bensì un “power trio”, una superband di favolosi turnisti, considerati mostri sacri ognuno nella loro specialità, “The Aristocrats“, vale a dire Guthrie Govan (chitarra), Bryan Beller (basso) e Marco Minnemann (batteria).

Dal 2011 i tre si sono costituiti come un gruppo rock fusion strumentale vero e proprio che ha già all’attivo due album. In passato hanno vantato esperienze al seguito di prestigiosi artisti e di moltissimi  progetti musicali come Dream Theatre, Tony Levin, Steven Wilson, Paul Gilbert e Necrophagist (Minnemann), Mike Keneally, James LaBrie e Steve Vai (Beller), Asia e Steven Wilson (Govan).

Questo terzetto che è già una superband di suo, segna un altro passo di Satriani verso la ricerca della perfezione. Un quintetto d’eccezione, che sarà in grado di stupire ancora di più di quanto hanno saputo fare i precedenti esperimenti di Satriani, nell’atto di creare la “band perfetta”, il massimo livello di qualità tecnica e di istrionismo che si può chiedere ad artisti di questo calibro.

Tre date in Italia per questo progetto: Sabato 2 Luglio 2016 a Roma,  per il Postepay Rock in Roma / Moon Stage @ Ippodromo delle Capannelle – via Appia Nuova, 1245. Il giorno dopo a Sogliano al Rubicone (FC), in Piazza Matteotti e Lunedì 4 Luglio 2016 ad Ascoli Piceno, in  Piazza del Popolo

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I Duran tra oggi e domani, col cuore negli ’80. Trionfo a Capannelle

Fear today, forgot tomorrow” (“Temo l’oggi, ho dimenticato il domani”).

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Così recita uno dei versi più profondi della bellissima “Ordinary world“, eseguita ieri sera in modo magistrale dai Duran Duran, di scena a Rock in Roma a Capannelle. Il concerto ha convinto e coinvolto una platea di intenditori, molti ovviamente tra i 40 e i 50, ma non solo.

La scaletta della serata all’Ippodromo, tappa del “Paper Gods Tour 2016“, punta tutta sull’emozione, astutamente impostata sui grandi successi della band di Birmingham, con qualche strizzata d’occhio al nuovo disco (la tracimante “Pressure Off“, cantata da tutto il pubblico).

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Si apre alle 22, con la simulazione di un temporale (qualche goccia era caduta in attesa del live), Simon Le Bon entra per ultimo e comincia proprio con “Paper Gods“. Poi, da zero a mille, la band scalda subito i fans con  “Wild Boys“, “Hungry like a wolf” e “A view to a kill“.

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Simon sa come coinvolgere il pubblico italiano, lo conosce bene, il ricordo degli anni d’oro nel nostro paese è ancora vivo, così con qualche parola nella nostra lingua e molta simpatia la sinergia è assicurata.

John Taylor è il vero motore del gruppo, come sempre, il suo basso pulsante, la sua tecnica superba danno linfa vitale a tutte le esecuzioni e risaltano particolarmente in pezzi come “Notorius” (Simon la introduce così: “Questa è del periodo funk, con Nile Rodgers!”). Il momento più forte è di sicuro l’omaggio a David Bowie, scomparso lo scorso gennaio, al quale i Duran Duran devono molto, come tanti artisti britannici, per i quali il Duca Bianco è stato fondamentale pioniere di suoni, stili e arte. Così accade che “Planet Earth” si trasformi magicamente in “Space Oddity”, in una sorta di corridoio spazio-temporale ideale.

Poi arrivano “I don’t want your love” e “White Lines” dal sapore danzereccio. Si balla, si canta, tanti i baci durante la suddetta “Ordinary world“, l’episodio musicale più intenso scritto dalla band nei Novanta. Alla serata è presente anche una nutrita rappresentanza di Duran Radio (www.duranradio.com), la web station italiana interamente dedicata alla band d’oltremanica.

La parte finale tende al trionfo, con i classici insuperabili di sicuro effetto emotivo: “The Reflex” e “Girls on film”, che scatenano l’audience. Lo show finisce con due capolavori, tra di loro molto diversi, nei quali il basso di Taylor e le tastiere e synth di Nick Rhodes sono, giocoforza, protagonisti.

Una è la superballad “Save a prayer“, che ha fatto piangere e sognare almeno due generazioni, con quell’incedere struggente e quei versi scolpiti nella memoria:

“Some people call it a one night stand, but we can call it paradise”, “Alcuni la chiamano avventura di una notte, noi la possiamo definire paradiso”.

L’altra, superbamente segnata da una linea di basso complessa quanto vibrante, è la celeberrima “Rio“, title-track del Lp campione di vendite.

Al cronista restano il suono e il sapore di una serata davvero piacevole, di un gruppo di veri professionisti, come si stenta a trovare oggi. Una band che ha saputo cavalcare le epoche e trovare sempre alte ispirazioni. Grande qualità al servizio di classici immortali.

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A giugno torna il “Postepay Sound Rock In Roma 2016”

Postepay Rock In Roma 2016

Roma diventa il centro del mondo: due grandi appuntamenti con David Gilmour e Bruce Springsteen al Circo Massimo, e poi all’Ippodromo delle Capannelle i concerti dei Duran Duran, degli Iron Maiden, degli Slayer, dei Primal Scream e di tanti altri. Il Postepay Sound Rock In Roma giunge all’ottava edizione, una rassegna ancora giovane, ma sempre più radicata tra gli appuntamenti più importanti con la musica dal vivo e con una vocazione sempre più netta a proporsi come un evento dall’appeal internazionale

Il Postepay Sound Rock In Roma, è stato a presentato il 26 maggio a Roma durante una conferenza stampa presso la Sala stampa dell’Associazione Stampa Estera, e quest’anno arriva alla sua ottava edizione. Oltre alla sede storica dell’Ippodromo delle Capannelle cala l’asso del Circo Massimo, che ospiterà oltre al Boss anche l’ex Pink Floyd David Gilmour. “Vogliamo far tornare il Circo Massimo come tremila anni fa, quando nasceva come luogo di aggregazione – affermano gli organizzatori, Maxmiliano Bucci e Sergio GiulianiNon stiamo facendo altro che restituirgli la sua identità originaria, sicuramente non è nato per portarci a spasso i cani“.

L’ottava edizione del Postepay Sound Rock In Roma avrà luogo, come da tradizione, all’Ippodromo delle Capannelle e che vuole superare il record di presenze della scorsa edizione. Oltre al classico “Black Stage”, le esibizioni dal vivo si terranno anche sul “White Stage” – che diversificherà la programmazione rispetto alle edizioni precedenti – e il “Red Stage” – che ospiterà Dj set.
Inoltre, come detto in precedenza, ci sarà un’altra location unica e spettacolare: la “Roma imperiale” diventa scenografia del Postepay Sound Rock In Roma grazie al Circo Massimo (memorabile il primo esperimento del festival, il concerto-evento dei Rolling Stones) con il doppio concerto dell’ex Pink Floyd David Gilmour, e con l’altro grande evento che vedrà protagonisti Bruce Springsteen and the E Street Band.

Di anno in anno, la Capitale della musica è sempre più Postepay Sound Rock In Roma: l’ottava edizione sta per cominciare. Dal suo esordio la rassegna musicale più grande d’Italia ha coinvolto oltre un milione e mezzo di spettatori, attirando un sempre più crescente numero di turisti stranieri verso il nostro Paese.
Grazie al Postepay Sound Rock In Roma l’Urbe è diventata il nuovo polo attrattivo delle rock star internazionali e nazionali, tappa immancabile delle principali tournée estive mondiali. L’affluenza del pubblico da un lato e lo spessore del cast artistico dall’altro, sono incrementati nel corso degli anni per merito dei due fondatori del festival, Maxmiliano Bucci e Sergio Giuliani. La loro lungimiranza ha consentito al Postepay Sound Rock In Roma di colmare una lacuna culturale che, troppo a lungo, ha sminuito le potenzialità del nostro Paese, povero di grandi raduni musicali: gli organizzatori hanno saputo creare dal nulla, grazie alla particolarità del format, un evento oggi imprescindibile.

I nomi che hanno caratterizzato le precedenti edizioni del Postepay Sound Rock In Roma dimostrano come Maxmiliano Bucci e Sergio Giuliani abbiano avuto la capacità di realizzare cast con il giusto mix di mostri sacri della musica e le tendenze emergenti più promettenti della scena nazionale e internazionale – il festival ha aperto il backstage a numerosi artisti emergenti, che hanno avuto modo di testare sul palco le proprie capacità di affrontare un vero pubblico musicale.

Durante la manifestazione verrà dato ampio spazio anche agli artisti italiani. Ad aprire le danze l’Orchestraccia l’11 giugno, gli Afterhours il 19 luglio e James Senese e Maldestro il 5 luglio. Nel villaggio del festival, qualora l’Italia andasse avanti agli Europei 2016, si coordinerà nei nei limiti del possibile con gli orari delle partite per permetterne la visione in loco anche a chi vuole assistere ai concerti, ci sarà anche il cinema, con “Rock in Movie”; uno spazio dedicato alle proiezioni cinematografiche, con una selezione delle migliori pellicole della storia del rock.

Questa la line-up del Postepay Sound Rock In Roma 2016:
– 7 giugno: DURAN DURAN
– 8 giugno: NIGHTWISH
– 21 giugno: LUKAS GRAHAM
– 28 giugno: BLACKBERRY SMOKE
– 2 luglio: G3 featuring JOE SATRIANI, STEVE VAI E THE ARISTOCRATS
– 2-3 luglio: DAVID GILMOUR
– 16 luglio: GLEN HANSARD
– 11 luglio: SUEDE-STEREOPHONICS
– 12 luglio: SLAYER
– 13 luglio: THE 1975
– 15 luglio: SKUNK ANANSIE
– 16 luglio: BRUCE SPRINGSTEEN AND THE E STREET BAND
– 18 luglio: PRIMAL SCREAM
– 24 luglio: IRON MAIDEN

Parallelamente all’eccezionale line up proposta dal Postepay Sound Rock In Roma, per la prima volta sul “White Stage” dell’Ippodromo delle Capannelle si terrà The Italian Way, nuovo progetto musicale indipendente in cui i protagonisti saranno alcuni degli artisti più rappresentativi del momento nel panorama italiano, ma non solo. Una serie di concerti live che spazieranno dall’hip hop al rap, dall’underground al punk rock, passando per il pop, l’elettro-rap e l’indie rock.

Questa la line-up del progetto “The Italian Way”:
– 11 giugno: ORCHESTRACCIA
– 18 giugno: I CANI
– 25 giugno: COEZ
– 5 luglio: JAMES SENESE + MALDESTRO
– 9 luglio: GEMITAIZ
– 19 luglio: AFTERHOURS
– 26 luglio: GUÉ PEQUENO
– 28 luglio: SALMO
– 29 luglio: MINISTRI + SELTON
– 30 luglio: MEZZOSANGUE

Inoltre, in questa edizione il Postepay Sound Rock In Roma si tingerà di rosa dedicando un corner nel backstage alla Susan G. Komen Italia per sensibilizzare gli artisti del festival a supporto dell’associazione con il contributo della firma o di un oggetto del concerto, da mettere all’asta su Charity Stars.
Il festival ospiterà anche Save The Children – l’organizzazione internazionale dedicata alla salvaguardia e alla tutela dei diritti dei bambini – che promuoverà le iniziative e le campagne di solidarietà a favore del programma di sostegno a distanza.
Virgin Radio sarà la radio ufficiale dell’edizione 2016 del Postepay Sound Rock In Roma.

È possibile acquistare i biglietti per tutti i concerti del Festival sul sito Postepay Rock In Roma, e presso i punti vendita dei circuiti abituali: TicketOne, Box Office Lazio, Etes, Bookingshow.

Fonte: Zeta Emme – Zona Musica

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Destroyer in tour, arriva al Quirinetta

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Destroyer è il progetto creato dal compositore di Vancouver Dan Bejar nel 1995.

Alla fine dell’estate Destroyer è tornato, a distanza di 3 anni dall’ultimo Kaputt, con un nuovo LP, Poison Season, seguito da un lungo tour mondiale.
Inoltre Destroyer ha pubblicato, in aggiunta all’album, un 12 pollici che comprende un remix di “Forces From Above” e l’orchestrale “Times Square, Poison Season”.

Destroyer è il progetto creato dal compositore di Vancouver Dan Bejar nel 1995. In questi 20 anni numerosissimi sono stati gli EP, le collaborazioni e gli album, tra cui ricordiamo City of Daughters (1998) e Thief (2000) prima del passaggio di label. Nel 2001 la band firma infatti con la Merge Records, label della North Carolina, e cambia line-up. Oltre a Bejar, infatti, sono ora presenti Nicholas Bragg (chitarra), Chris Frey (basso) e Fisher Rose (batteria, violino, synth, piano). Nel 2002  viene rilasciato This Night, mentre due anni dopo è la volta di Your Blues con cui il gruppo si confronta con una nuova forma di baroque pop.
E non si dimentichi che parallelamente  nel 2000 Bejar debutta con i New Pornographers  gruppo formato con uno stuolo di musicisti tra cui Neko Case.
Nel 2005 viene pubblicato l’EP Notorious Lightning and Other Works (realizzato con i Frog Eyes ), che precede l’ottavo LP, ossia Destroyer’s Rubies (2006). Passano un paio d’anni ed esce Trouble in Dreams (2008), un album pop rock in cui emerge anche la tradizione folk americana.

Nel 2009 viene pubblicato l’EP Bay of Pigs. Bejar collabora con Loscil (ossia col suo batterista Scott Morgan) nel suo album Endless Falls, prima di dedicarsi, con l’EP Archer on the Beache, ad un percorso ambient a cui partecipa anche Tim Hecker. All’inizio del 2011 viene rilasciato Kaputt.

Dan Bejar ha mostrato nella sua carriera un istinto camaleontico per il cambiamento, pur mantenendo sempre un’estetica unitaria. Non ci sono due album con lo stesso suono nella biografia di Dejar, eppure ciascuno di questi suona inequivocabilmente Destroyer. Del prossimo Poison Season sappiamo che Bejar si muove a metà tra il David Bowie dell’era ‘Hunky Dory’ e il pop sofisticato di Orange Juice e Prefab Sprout. I tredici brani che compongono l’album fondono uno splendore letterario casuale con un’intensa verve melodica, agili arrangiamenti con una sottile malinconia.

DESTROYER LIVE
Martedì 7 giugno 2016 ore 21.00
TEATRO QUIRINETTA
Via Marco Minghetti, 5,
00187 Roma